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Africa ed Europa tra passato e futuro | Africa A Cronometro

AFRICA ED EUROPA TRA PASSATO E FUTURO

Ció che rende unica la Méditerranée – Le Cap é anzitutto il fatto che venne organizzata per promuovere un progetto geopolitico: l’Eurafrica.

Seguendo il filo della narrazione del libro Africa a Cronometro di Egisto Corradi, racconteremo della corsa, del tracciato, dei mezzi, dei protagonisti e di quant’altro siamo riusciti a ricostruire su questa affascinante competizione.

Riteniamo peró che sia giusto partire dall’inizio, e l’inizio della Méditerranée – Le Cap, il movente che determinó alcuni uomini ad investire anni ed ingentissime risorse per realizzare questo progetto, é proprio la totale determinazione a promuovere un nuovo modello di integrazione tra due continenti, l’Europa e l’Africa, in una fase storica che si sarebbe rivelata invece sancire la fine definitiva della dominazione coloniale europea, e vide le nazioni africane avviarsi verso l’indipendenza e l’autodeterminazione.

Il Generale Octave Meynier cosí auspicava nei giorni immediatamente precedenti all’avvio del Rallye:

A condizione che noi Europei Occidentali sappiamo guidare i destini di questi paesi e di questi popoli nuovi, secondo uno spirito di ampia e generosa comprensione, ed alla condizione anche che le nostre azioni siano concertate e coordinate, noi potremo sperare in un avvenire dell’Eurafrica come naturale ed indispensabile complemento dei nostri paesi, eredi delle più antiche e più nobili civiltà che siano comparse al mondo!

Per comprendere cosa abbia rappresentato nella storia dei rapporti tra i due continenti il progetto Eurafrica, presentiamo in questa pagina un testo realizzato da Prof. Dr. Ludger Kühnhardt, profondo conoscitore della storia delle istituzioni sia europee che africane.

Il testo, pubblicato nel 2013 con il patrocinio del West Africa Institute e del Centro per gli Studi sull’Integrazione Europea, rappresenta una sintesi di straordinario valore dell’evoluzione dei rapporti tra Africa ed Europa, di cui Eurafrica rappresentó un importante episodio.

Per questo motivo, abbiamo deciso di tradurre e di proporre il testo  in versione integrale, nella convinzione che la sua lettura offra non solo importanti elementi per comprendere il contesto nel quale venne organizzata la Méditerranée – Le Cap e lo scenario nel quale le vicende narrate nel libro di Egisto Corradi si svolsero, ma anche alcuni spunti di riflessione molto rilevanti per comprendere la storia dei tormentati rapporti tra Europa ed Africa e, soprattutto, su come questi sono destinati ad evolvere nei prossimi decenni.


Prof. Dr. Ludger Kühnhardt è Direttore del Centro di Ricerca sull’Integrazione Europea (ZEI) e Professore di Scienze Politiche presso l’Universitá di Bonn. È membro del Comitato Scientifico dell’Istituto dell’Africa Occidentale (IAO). È stato professore di Scienze Politiche presso l’Universitá di Friburgo, ed ha tenuto corsi presso universitá prestigiose come Cittá del Capo, Stanford, Oxford e Seoul.

Desideriamo ringraziare il Prof. Dr. Kühnhardt per averci gentilmente concesso di tradurre in lingua italiana e presentare in versione integrale il seguente testo nel nostro sito.

The West Africa Institute (WAI) is a research center offering research, capacity-development and social dialogue on regional integration in West Africa. WAI is promoted by the Economic Community of West African States (ECOWAS), the West African Economic and Monetary Union (WAEMU), ECOBANK and the Government of Cape Verde. WAI is based in Praia Cape Verde.
The Center for European Integration Studies (ZEI) is an interdisciplinary research and further education institute at the University of Bonn.
WAI-ZEI Papers are published in the framework of the research cooperation both institutes conduct on “Sustainable regional integration in West Africa and Europe” in the years 2013-2016. They are intended to stimulate discussion about regional integration processes in West Africa and Europe from a comparative perspective and about the development of European-West African relations in the political and economic sector. Papers express the personal opinion of the authors.


L’Africa e l’Europa: Relazioni comparate e processi di integrazione regionale congiunti

Testo di: Ludger Kühnhardt

1. Contesto e definizione

Le relazioni tra l’Europa e l’Africa sono state definite per lungo tempo da un senso di superiorità degli europei, dalla loro ambizione di conquista, di sfruttare e dominare. Molto spesso, l’Europa si è percepita come un continente illuminato, ed ha sviluppato un senso di superiorità che è evoluto in razzismo. Le relazioni tra gli stessi Europei sono state determinate da queste intuizioni aggressive: aggressività, senso di dominazione, onta ed orgoglio. In ultima analisi, le conquiste coloniali hanno rappresentato una proiezione di questi attitudini nazionaliste tra gli Europei. Il colonialismo in quanto tale non è stato un progetto europeo. Per molto tempo, l’ambizione di proiettare il proprio potere nazionale ha definito le relazioni tra i paesi europei – ed esattamente questo comportamento si è riflettuto anche all’esterno dell’Europa nelle relazioni dei paesi europei con le società africane. Il colonialismo non era una strategia europea comune ma, al contrario, una strategia nazionalista, e dunque anti-europea. E, ancora più importante, il colonialismo in quanto tale non è stato collegato ad una strategia bi-continentale. Ciò che avrebbe rappresentato una tale strategia bi-continentale durante l’epoca coloniale fu l’idea di Eurafrica nelle sue diverse dimensioni.

Per sottolineare l’importanza del partenariato dei nostri tempi, è quindi necessario distinguere le tre fasi storiche delle relazioni tra Africa ed Europa nel corso del XIXᵒ e XXᵒ secolo: Fase 1: L’idea di Eurafrica e la dominazione coloniale esercitata dai paesi europei gli uni contro gli altri; Fase 2: Il progetto di un’associazione post-coloniale definita dalla logica dello sviluppo e della collaborazione commerciale e basato sulla supremazia degli stati da entrambi i lati; Fase 3: La decolonizzazione del post-colonialismo, che è in corso di svolgimento attualmente, e che apre le prospettive di un vero partenariato tra i continenti, le loro regioni ed i loro popoli, al di sopra degli stati nazionali delle loro inclinazioni a definire sé stessi come progetti autonomi.

Dopo la riflessione sulle tre fasi storiche dei rapporti tra Africa ed Europa, proporrò il motivo principale affinché si progredisca nel processo di integrazione regionale, sia in Europa che in Africa. Aggiungerò poi alcuni importanti criteri per stabilire una integrazione durabile e profonda. Ed infine, discuterò dei principi fondamentali che possono guidare il partenariato tra l’Europa e l’Africa nelle prossime fasi. Inoltre, proporrò che l’idea della «solidarietà dei fatti» – il principio che organizza le relazioni franco-tedesche dopo  la dichiarazione Schuman – che costituisce inoltre la base per il futuro dei vicini europei ed africani.

2. Le fasi storiche dei rapporti tra continenti vicini

Fase I: Tra le idee che hanno stimolato l’evoluzione della conquista coloniale verso una strategia bicontinentale, l’idea di Eurafrica è stata di particolare rilevanza per il pensiero coloniale in Europa in merito alle relazioni con l’Africa: per i colonizzatori in generale, l’Africa era percepita come un continente sottosviluppato ed incapace di organizzarsi su basi anche minime di razionalità. Per coloro che proposero l’idea di Eurafrica, l’Africa non era che un prolungamento dell’Europa, vale a dire un cortile di casa situato a sud di un continente così fiero di sé stesso. Già tra alcuni pensatori del XIXᵒ secolo, come Barthélémy Prosper Enfantin, Saint-Simonist, o Friedrich List, il quale “aveva anche pensato ad un ‘Zollverein’ [unione doganale, N.d.T.]  esteso all’Africa” (Metzger, 2005, p.59), l’idea di Eurafrica era ben viva. Ma fu nel XXᵒ secolo che questa idea si affermò in tutta la sua forza. L’iconografia dell’Eurafrica è rivelatrice: tra gli anni 1920 e 1960, delle concezioni diverse di Eurafrica hanno trovato una espressione nei testi europei e, soprattutto, al di fuori dell’Europa (Muller, 2005, pp.9-33).

Una Europa minacciata dal suo declino dopo la Prima Guerra mondiale, definita dai suoi conflitti interni così come da pressioni geopolitiche e demografiche esterne, era alla ricerca della sua propria collocazione nel mondo. Tra gli altri, l’euro-entusiasta austriaco Richard Coudenhove-Kalergi (Muller, 2005, pp.11, 28,  facendo riferimento a Coudenhove-Kalergi, 1953, pp.151-152) oltre che il geo-stratega tedesco Arthur Dix (Muller, 2005, pp.12,28 facendo riferimento a Dix, 1932, pp.311-229) o l’architetto tedesco Herman Sôrgel (Muller, 2005, p.13 con riferimento Sôrgel, 1932, p.100) hanno delineato i piani per una unione paneuropea che comprendesse le colonie francesi in Africa, senza la Gran Bretagna e, soprattutto, senza la Russia.  Sôrgel l’ha immaginata come una “Atlantropa”. In un articolo del 20 aprile 1957, il ‘Business Week” di New York ha proposto una “Eurafrica”, intesa essenzialmente come un mercato comune composto dai sei paesi fondatori dell’Europa Occidentale esteso in Africa, che aveva come obiettivo la lotta alla povertà in Africa e, in egual misura, il controllo dei confini delle spazio europeo (Muller, 2005, p.13). Il socialista francese Sarraut concepì una “Eurafrica veramente repubblicana” (Montarsolo, 2005, p.90), anche se si sarebbe comunque trattato di un’Eurafrica coloniale. Il socialista inglese Ernest Bevin parlò di una “Euro-Africa” (Deighton, 2005, p.98-118) come dell’unione dell’Ovest con una dimensione sub-sahariana. I rappresentanti degli  industriali del settore minerario pensarono all’Eurafrica nel 1953, quando crearono il “Consorzio europeo per lo sviluppo delle risorse naturali dell’Africa” in Lussemburgo (Muller, 2005, p.20). Nella sua prima fase, l’Eurafrica era senza dubbio un concetto colonialistico, a volte ispirato da sinistra, nei momenti nei quali i progressisti credevano in un avvenire basato sul progresso tecnologico ed industriale, altre volte da destra, sulla base di valutazioni geopolitiche che alimentavano le angosce del declino europeo.

Dopo la Seconda Guerra mondiale, l’idea di Eurafrica ha preso nuovo vigore come concetto di una terza forza tra il mondo atlantico dominato dagli Stati Uniti e lo spazio euroasiatico sotto l’egemonia dell’Unione Sovietica. In questo contesto, l’Africa non è stata altro che una pedina nella partita geostrategica della Guerra fredda. Era il periodo del “neo-colonialismo illuminato”, come lo definì lo storico Marc Michel (Michel, 1983 citato in Bitsch/Bossuat, 2005, p.131).

L’ambasciatore inglese a Parigi, Alfred Duff Cooper, propose la creazione di una Unione Africana sotto la direzione dell’Europa (Adamthwaite, 2005, p.131). Come altri partecipanti a questa discussione, egli valutò l’idea dell’Eurafrica come una terza forza nella politica mondiale, una forza che fosse allo stesso tempo atlantica ed euro-africana. I risultati storici di questa fase non furono la creazione di una terza forza, ma alla fine l’indipendenza del terzo mondo, un mondo autonomo, che rifiutava ogni forma di paternalismo, un mondo di autodeterminazione e autentica identità.

Fase 2: Ancora un mese prima della firma del Trattato di Roma, il ministro degli Affari Esteri francese, Christian Pineau, presentò la sua idea di Eurafrica all’ONU (nel febbraio 1957). Ma nella realtà, il Trattato di Roma, il trattato che ha gettato le basi della Comunità Economica Europea, segno l’inizio del secondo periodo delle relazioni in epoca moderna tra l’Africa e l’Europa: è stato questo il periodo delle relazioni di associazione, definite dalla speranza dello sviluppo, e delle relazioni commerciali privilegiate. Gli articoli 131 e 136 del Trattato di Roma rappresentano un compromesso tra gli interessi diversi dei sei paesi fondatori della CEE: la Francia riuscì ad associare i suoi territori d’oltremare al mercato comune europeo, senza dimenticare il supporto della Comunità per finanziare lo sviluppo di questi territori. La Germania Occidentale riuscì a limitare i propri impegni finanziari a cinque anni – i fondi per lo sviluppo creati all’epoca e che esistono ancora oggi – e l’assicurazione che la politica europea in Africa sarebbe stata coerente con l’articolo 73 della Carta delle Nazioni Unite, e cioè in favore dell’auto-determinazione dei popoli.

All’inizio, l’agenda dell’associazione tra l’Europa e l’Africa – che riconosceva l’ineluttabilità dell’indipendenza africana – era ancora politica e strategica; sia per i Francesi che non accettarono la Gran Bretagna nel consesso europeo, che per i Tedeschi, che a loro volta erano alla ricerca di una riabilitazione morale e della loro sovranità perduta a causa delle loro responsabilità nello scoppio della Guerra mondiale. Il Trattato di Roma sarebbe stato il primo di una lunga serie di compromessi tra i Francesi ed i Tedeschi. Ma ciò che risulta essere altrettanto certo è che l’Africa non ha giocato alcun ruolo nelle fasi iniziali del processo di integrazione europea tuttora in corso. La narrazione dominante si occupa della riconciliazione interna in Europa. Soprattutto, uno degli aspetti dell’imperialismo coloniale era rappresentato dalla proiezione dei conflitti interni su scala globale. Ma il mondo ha sempre continuato a giocare un ruolo importante al di là delle regole europee. Quindi, grazie alla debolezza dei vincitori europei del 1945, la Francia e la Gran Bretagna, e grazie ad una Germania divisa, questa nuova fase sarebbe cominciata sotto l’influenza dominante dell’America. Gli Stati Uniti erano sempre stati favorevoli all’auto-determinazione delle popolazioni di colore – dalle parole di Woodrow Wilson alle politiche di Roosevelt e Truman. L’Eurafrica, in qualunque forma fosse stata proposta, non sarebbe mai stata un’opzione degna di essere presa in considerazione dagli americani.

La seconda fase storica delle relazioni bi-continentali fu quindi quella dell’associazione: il Trattato di Roma e, soprattutto, il Trattato della Comunità Atomica Europea, erano orientati verso la prospettiva di una associazione dei territori d’oltremare a favore del loro proprio sviluppo ed egualmente dello sviluppo in Europa. Gli interessi commerciali, le necessità energetiche, i mercati di importazione per i prodotti europei – questi erano i contenuti delle prospettive di un’associazione inserita tra un’Europa in ripresa dopo la Seconda Guerra mondiale e un’Africa liberale nella fase di declino del colonialismo. La dimensione morale delle relazioni in questo genere di associazione era un tipico prodotto degli anni 60 e 70, con un accento sugli aiuti allo sviluppo e una riflessione sulle colpe del periodo coloniale. Certamente, i vecchi conflitti intra-europei – che si erano anche manifestati nei territori africani – non erano stati completamente risolti  negli anni 60 e 70. Il veto posto nel 1963 dal Generale De Gaulle alla richiesta di adesione alla Comunità Economica Europea della Gran Bretagna aveva anche una spiegazione legata alla competizione economica sui mercati globali, anche se si trattava di una competizione postcoloniale ed in una contesto dominato dalla Guerra fredda. Le potenzialità di un’Eurafrica democratica e parlamentare sarebbero state nuovamente presentate in occasione della conferenza parlamentare eurafricana che si tenne a Strasburgo nel giugno del 1961 (Vahsen, 2005, pp.375-391). Ma l’Eurafrica repubblicana o anche democratica era già superata nei fatti dalle indipendenze nazionali e dall’associazione dei paesi africani con un’Europa non solo postcoloniale, ma anche post-nazionalista, che aveva intrapreso il cammino della sua unificazione.

L’associazione fu definita dal Trattato di Roma, e poi dalla Convenzione di Yaoundé, dalla Convenzione di Lomé e dalla Convenzione di Cotonou nel 2000, progetti che si iscrivevano in una logica postcoloniale, incentrata sullo sviluppo e sugli interessi commerciali, in forme che sarebbero andate a definirsi gradualmente mediante esperienze specifiche e politiche  (Moreau, 2000, pp.6-10 ; Hurt, 2003, pp.161-176 ; Grimm, 2009, pp.63-65 ; Lee, 2009, pp.83-110). La concezione di una associazione come presentata in queste Convenzioni gioco un ruolo nel processo di riconciliazione degli Europei: accettando la Gran Bretagna nella Comunità Economica Europea, gli altri partner europei avevano semplicemente ampliato la superficie dell’associazione, integrando in essa i paesi del Commonwealth britannico. L’integrazione fu determinata dal metodo di procedere al semplice allargamento dello scopo per stabilire un equilibrio tra le differenze dei paesi europei. Questa decisione ha anche influenzato le relazioni nella stessa Africa: non fu una coincidenza che il trattato fondatore della CEDEAO nel maggio del 1975 seguì di qualche mese la firma della prima Convenzione di Lomé, che venne siglata effettivamente nel febbraio del 1975 – e naturalmente l’adesione della Gran Bretagna alla Comunità Economica Europea nel 1973.

Il Trattato di amicizia franco-tedesco firmato nel gennaio del 1963 non gioco un ruolo principale nello sviluppo delle relazioni tra l’Europa e l’Africa.

Senza la definizione di obiettivo comuni, il Trattato dell’Eliseo si limitò semplicemente ad aggregare le aspirazioni eurafricane francesi e le visioni paneuropee tedesche, senza fare ad esse tuttavia un riferimento esplicito. Il Trattato dell’Eliseo conteneva la promessa di coordinare le politiche si sviluppo tra Bonn e Parigi. Ma il problema principale consisteva nelle parole utilizzate e, ugualmente, nell’assenza di precisione nella definizione degli obiettivi di questo coordinamento: nel 1963, la Francia perseguiva una politica autonoma in relazione ai suoi territori d’oltremare, le sue colonie e le sue ex-colonie, utilizzando l’Africa per i suoi fini strategici. La Germania contava di ottenere profitti commerciali e morali perseguendo una politica a favore dello sviluppo e dell’auto-determinazione da un lato, ed una politica favorevole all’integrazione europea dall’altro.

I limiti della politica di associazione sviluppata parallelamente alla persistenza di interessi specifici tra i paesi europei nelle loro proiezioni globali furono evidenti lungo tutta la durata di questo periodo: la Francia si faceva criticare per la continuazione della “Francafrica”, la Gran Bretagna privilegiava le sue relazioni con gli Stati Uniti, mentre la Germania era concentrata sulla soluzione della sua divisione, ed era quindi più favorevole ad una riconciliazione con l’Europa dell’Est che ad una ridefinizione dei suoi rapporti con l’Africa. Alla fine, questo processo si esaurì per tre motivi: la graduale presa di coscienza dei limiti di questi questo modello di relazioni grazie alla maggiore fiducia in sé stessi degli Africani, l’azione di altri attori operanti nei mercati globali e che erano sotto pressione a causa delle relazioni privilegiate tra l’Europa e l’Africa e l’intensificazione del processo di integrazione europea, che comprendeva anche una dimensione delle relazioni esterne europee.

Fase 3: Dunque, l’Africa e l’Europa hanno iniziato la terza fase delle loro relazioni reciproche, il partenariato. Uno dei risultati del processo multidimensionale contemporaneo in Europa è la riscoperta dell’Africa come vicino, soprattutto come problema, ma anche come opportunità, un partner in piena trasformazione. La percezione di pressione, la riflessione sul dinamismo dei mercati, l’angoscia per la presenza cinese e la competizione per un ruolo strategico e globale con gli Stati Uniti sono tutti elementi che hanno spianato la strada alla riscoperta dell’Africa dopo la fine della Guerra fredda. Nello stesso tempo, l’Unione Europea aveva avviato una reale integrazione – il mercato unico, l’euro, il processo di riforme delle istituzione con una dimensione più europea, parlamentare e federale, le attività nell’ambito delle politiche esterne e di sicurezza fino alla creazione del Servizio Europeo per l’Azione Esterna. Infine, le pressioni generate dalla globalizzazione, lo sconvolgimento di centri di potere nel mondo e una rinnovata discussione interna sul declino dell’Europa finirono con il generare risposte che non si limitarono ad una semplice riedizione dei concetti di Eurafrica o del modello di associazione, ma questa volta di imboccò la direzione della ricerca di un vero partenariato tra l’Africa e l’Europa.

Nel 2005, l’Unione Europea ha elaborato la propria strategia per l’Africa (Commissione dell’Unione Europea, 2005), seguita nel 2007 da una strategia comune tra l’Unione Africana e l’Unione Europea. Oggi, questi fatti costituiscono la base di una nuova epoca delle relazioni tra i due continenti vicini. È l’inizio di un processo a lungo termine. Ma questo processo ha una dimensione storica: la decolonizzazione del post-colonialismo. Esso contiene la trasformazione delle generazioni e degli itinerari, delle prospettive e dei soggetti. In particolare, rimane un processo a lungo termine, ricco di contraddizioni e rotture, di frustrazioni, ma nello stesso tempo è un processo affascinante, ricco di esami e di sforzi seri e sostanziali.

Le primavere arabe hanno aggiunto una dimensione particolare alle relazioni bicontinentali tra l’Europa e l’Africa: la distruzione della divisione artificiosa tra l’Africa del Nord e l’Africa subsahariana. L’Unione attorno al Mediterraneo era stato un approccio europeo, che aveva provocato la segregazione dell’Africa del Nord da quella subsahariana, essendo sempre molto limitato nei suoi scopi e nelle sue possibili applicazioni.  Seguendo gli avvenimenti delle primavere arabe, è fuori dubbio che le sfide strutturali dell’Africa del Nord non sono troppo diverse da quelle nell’agenda dell’Africa subsahariana: la necessità di limitare il potere esecutivo, i problemi di natura costituzionale e, soprattutto, la frustrazione delle giovani generazioni in relazione alle condizioni economiche dei loro paesi. Dunque, le primavere arabe e le loro speranze irrealizzate rafforzano la necessità di dare più sostanza e realismo alla collaborazione tra l’Europa e l’Africa.

Il partenariato tra l’Unione Africana e l’Unione Europea ha definito la terza fase delle relazioni tra l’Europa e l’Africa. Si tratta di un periodo appena avviato, che si realizzare nel corso di decenni a venire. La base di questa collaborazione è un’Europa trasformata dal processo della propria integrazione e un’Africa trasformata dalla propria rinascita. Questo sviluppo si caratterizzerà per la decolonizzazione dell’era post-coloniale, sia sul piano concettuale che concreto. Il partenariato Euro-Africano è definito dal rispetto reciproco, dalla reciproca collaborazione, dai principi di libertà e di solidarietà, di inclusione e di dialogo politico per gestire le divergenze e realizzare nuovo valore.

3. Condizioni per una integrazione regionale fattibile

Le strutture esterne delle relazioni tra l’Europa e l’Africa riflettono la perenne trasformazione delle strutture e degli obiettivi interni in seno ai due continenti vicini. La prima fase fu definita da due obiettivi completamente diversi:

  • l’obiettivo principale dell’Europa era organizzare la pace;
  • l’obiettivo principale in Africa era proteggere l’indipendenza.

Le conseguenze furono evidenti: per l’Europa, le priorità furono il lancio di meccanismi interni per il consolidamento della pace mediante strumenti di controllo reciproco, e quindi mediante meccanismi di condivisione della sovranità sulle risorse economiche di maggiore importanza strategica, in pratica sul carbone e sull’acciaio, cui fecero seguito in breve l’agricoltura e poi l’intero mercato. Per l’Africa, la priorità fu la creazione dell’Organizzazione per l’Unità Africana come strumento per proteggere le indipendenze, le sovranità nazionali ed i principi di non-ingerenza negli affari interni. Paradossalmente, mentre l’Europa si stava avviando a superare la prevalenza degli stati nazionali riconoscendone le ambiguità come fonte principale di potere interno e di conflitti esterni, l’Africa si imbarcava in un processo opposto: la creazione di nazioni e di stati, spesso abbastanza artificiali – secondo un processo già avvenuto altrove, ivi compresa nell’Europa dei secoli precedenti.

Le conseguenze di queste due priorità contrastanti furono il taglio netto dei legami coloniali e la fine dei residui fantasmi euroafricani. Esse hanno provocato praticamente il blocco delle relazioni reciproche. L’Europa era principalmente preoccupata di sé stessa, e la stessa cosa avveniva per l’Africa. Naturalmente, le relazione formalmente continuavano: l’età delle sviluppo basato sull’associazione era in pieno svolgimento. Ma come conseguenza delle priorità principali, gli attori finirono con lo specializzarsi, nel senso che coloro che si occupavano di sviluppo si separarono da quelli che si occupavano di politica e strategia.  Gli itinerari dello sviluppo e degli aiuti non erano veramente legati alle altre politiche dei paesi industrializzati. L’Africa si stava trasformando in un continente estraneo all’Europa. In altre parole, l’età dello sviluppo e dell’aiuto annullò le relazioni strategiche e le reciproche percezioni dei due continenti. Per l’Africa, l’Europa divenne sempre di più un continente arroccato su sé stesso, con una certa proiezione morale esercitata come alibi per mezzo degli aiuti allo sviluppo (che talvolta erano concessi a condizioni inaccettabili); per l’Europa, l’Africa era un continente lontano, bloccato, pieno di conflitti, fragile e frustrante. In realtà, i rapporti non sono mai stati più distanti che duranti i decenni dell’associazione, vale a dire tra il 1960 ed il 1990.

L’impegno dell’Europa si manifestò nella trasformazione delle relazioni tra gli stati membri accessibili ai cittadini: l’elezione diretta del parlamento europeo è emblematico. L’Africa invece si impegno con le riforme interne: una prima ondata di democrazie e la revisione del processo di integrazione regionale essendo altrettanto emblematici. La fine della Guerra fredda ridefinì il contesto delle relazioni bi-continentali. Gli effetti per l’Europa sono evidenti: la conclusione del mercato comune con l’introduzione dell’euro, la creazione di strutture per una politica esterna e di sicurezza comuni, ed il dibattito sulla legittimità democratica  (Kühnhardt, 2008). Per l’Africa, gli effetti furono in egual misura evidenti: la creazione dell’Unione Africana definita dal cambiamento da una politica di non-ingerenza ad una di non-indifferenza (Williams, 2007, pp.253-279), la razionalizzazione dei progetti d’integrazione regionale che diede origine alle comunità regionali di integrazione economica (in inglese: Regional Economic Communities, REC), aventi obiettivi multidimensionali.

Si è trattato quindi del punto di partenza al termine del periodo precedente che inaugura la fase più innovativa nelle relazioni reciproche dei due continenti: l’iniziativa per un partenariato bi-continentale. È bene tuttavia sottolineare come non manchino elementi paradossali. Nel mezzo della crisi dei debiti pubblici dei suoi stati membri e nella necessità di rafforzare l’unione monetaria ed economica, l’attenzione dell’Europa è ancora prevalentemente rivolta verso sé stessa, nel momento in l’Africa, come mai prima d’ora, si sta aprendo al mondo intero, ivi compresi Cina, Brasile, India, Turchia ed altri partner (Taylor, 2010).

Nonostante ciò, le relazioni tra l’Europa e l’Africa sono – for better or worse – più intense che quelle tra l’Africa ed altre regioni o continenti esterni. Gli investimenti provenienti dall’Unione Europea (aggregati) sono più elevati di quelli che provengono da altre regioni che si affacciano in Africa; il commercio tra l’Unione Europea (aggregato) e l’Africa è superiore a quello tra l’Africa e altre regioni; il sostegno allo sviluppo proveniente dall’Unione Europea (aggregato) è maggiore degli aiuti che provengono da altre regioni. L’Unione Europea è soprattutto definita da una diversità di relazioni esterne, tra le quali le relazioni economiche e strategiche con gli stati Uniti rimangono le più intense. Ma bisogna riconoscere che l’Unione Europea ha riscoperto l’Africa come vicino, in ciò  riconoscendo le trasformazioni dell’Africa contemporanea.

I due vicini dovranno intensificare questo processo di riscoperta reciproca al giusto livello di complessità. Per l’Europa ciò significa una correzione della percezione dell’Africa: oggi per la prima volta, l’Africa è più un continente si speranza che di angoscia. Bisogna fare delle distinzioni, in quanto l’Africa in quanto tale non esiste. Ci sono più Afriche. L’Europa deve rispettare le diverse realtà del continente, ivi comprese le strutture continentali e regionali di integrazione. L’Europa può contribuire alla ricerca africana di un equilibrio tra la stabilizzazione dei paesi nazionali e lo sviluppo delle  strutture regionali e continentali. I due vicini oggi hanno il medesimo problema principale: l’implementazione delle decisioni e delle regole stabilite mediante il consenso politico e spesso rafforzate da decisioni giuridiche. Il problema dell’implementazione del consenso regionale è fondamentale anche se possiamo avere l’impressione che non si tratti che di un problema tecnico. In realtà, si tratta del principale problema di natura concettuale ne l processo di integrazione regionale, sia in Africa che in Europa: qual è la migliore soluzione di implementazione di progetti comuni per convincere i cittadini dei vantaggi dell’integrazione? – questo deve essere il punto di partenza per una discussione fruttuosa tra gli attori ed i pensatori delle due regioni vicine.

Nel riflettere sui sistemi di integrazione regionale avendo presente le esperienze globali, possiamo soffermarci su tre aspetti fondamentali per consentire di fare avanzare il discorso sull’implementazione delle idee organizzate in relazione all’integrazione regionale, e cioè l’unione doganale, il mercato comune, il commercio inter-regionale, l’unione politica, l’organizzazione delle istituzioni sovranazionali e federative, la politica esterna comune, la prevalenza del diritto regionale, l’equilibrio tra legittimità delle strutture nazionali e legittimità delle istituzioni sovranazionali (Kühnhardt, 2010, pp.11-70).

  1. Dei paesi deboli tendono a produrre una integrazione debole. Alla fine, l’integrazione regionale comporta la creazione di un valore aggiunto regionale, ed è basata su di una domanda semplice e chiara: cosa vogliamo fare tutti insieme per il nostro benessere comune? È legittimo aggiungere: quale sarà il valore aggiunto per il mio specifico paese? Ma la solidarietà comune ed i meccanismi politici, economici e giuridici funziona solo se gli elementi che costituiscono un sistema regionale sono tanto solidi e forti da garantire la volontà politica comune e da facilitare l’implementazione delle decisioni collettive e regionali. Dunque, i paesi deboli o anche fragili possono sperare che la loro integrazione in un sistema regionale possa contribuire alla loro stabilizzazione, almeno fino ad un certo punto. Non ci sono dei metodi scientifici che consentano di misurare quale sia questo punto. Ed è altrettanto vero che le strutture possono sollevare muri per difendersi nei periodi di crisi. È quindi indubitabile che la fragilità e la debolezza di uno stato nazionale rappresenta un limite al processo di integrazione regionale per tutti. Il concetto di una cooperazione rafforzata è destinato ad alleviare questo problema, consentendo ai progetti regionali di avanzare anche in presenza di limitazioni, fragilità o scetticismo da parte di una regione.
  2. Dei paesi non democratici non producono delle strutture sovranazionali legittimamente fondate sulla prevalenza del diritto comune. L’Unione Africana a deciso di perseguire un cammino inclusivo per l’applicazione del concetto di «buiding blocs» regionali. In ultima analisi, un sistema solido e forte di integrazione deve accettare realmente il prevalere del diritto regionale, condizione che non si può verificare tra paesi che abbiano regimi incompatibili. Alla fine, sono solo i paesi governati da democrazie reali fondate sullo stato di diritto che possono garantire l’applicazione di un diritto comune e regionale.
  3. L’integrazione regionale – che lo si voglia o no – è un processo multidimensionale ed a lungo termine. È impossibile isolare la logica economica dalla logica politica o anche da quella giuridica. L’integrazione è un processo che comporta due percorsi reciproci: quello delle strutture nazionali che influenzano la realtà regionale e quello in direzione opposta. Non esiste un modello di riferimento teorico per definire il percorso di integrazione regionale. L’integrazione è un processo che progredisce per tentativi, tramite reazioni alle crisi e continui slanci. Anche se le parti che costituiscono l’entità regionale non volessero cedere la sovranità nazionale al livello regionale, ciò avverrà di fatto comunque. Ciò significa che l’integrazione funzione come una modalità reciproca tra il livello nazionale ed il livello regionale, e viceversa. Come conseguenza, l’integrazione regionale – e ciò sia nel contesto dell’Unione Europea, sia in quello dell’Unione Africana (o anche in quello della CEDEAO) – è un progetto politico molto pragmatico, che impone la necessità di riflettere, di anticipare gli effetti e le derive, i suoi ostacoli ed i suoi limiti.

Nel 2013, nel momento cioè nel quale questa analisi è stata redatta, l’Unione Europea si trova in un periodo nel quale il carattere politico dell’integrazione è tornato al centro del dibattito. La crisi dei debiti pubblici nazionali si è trasformata in un nuovo progetto per fare avanzare l’unione politica dell’Europa. In Africa, analogamente, l’Unione Africana si occupa delle modalità tecniche per migliorare la sua efficacia. I due gruppi di paesi hanno bisogno di guadagnare maggiore legittimità e credibilità attraverso i risultati dei loro sforzi. I risultati concreti, questi sono la chiave per rafforzare la fiducia della popolazione nei progetti di integrazione. Questa riflessione si applica anche alle comunità economiche regionali i Africa.

Oggi, la CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale), la Comunità dell’Africa Orientale (East African Community, EAC) e la Comunità di Sviluppo dell’Africa australe (Southern African Development Community, SADC) sono i progetti più promettenti di integrazione regionale in Africa. Per quanto riguarda l’Unione del Maghreb Arabo (AMU), la Comunità degli Stati Sahelo-Sahariani (CEN-SAD), l’Autorità Intergovernativa di Sviluppo (IGAD), la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Centrale (CEEAC) e la Comunità del Mercato Comune dell’Africa del Sud e Occidentale (COMESA), le prospettive sono molto meno chiare.

Per la CEDEAO, il problema dell’armonizzazione, ed infine dell’ unificazione, dei suoi sforzi con quelli dell’UEMOA (Unione Economica e Monetaria dell’Africa Occidentale) è analogo a quello che la CEEAC ha con la CEMAC (Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale). I rapporti tra le due comunità monetarie postcoloniali e le due visioni regionali autentiche rimangono problematici. In ultima analisi, ci troviamo in una situazione nella quale le relazioni tra l’Africa e l’Europa post-coloniale si incrociano con l’innovazione di un’Africa autentica: l’UEMOA e la CEMAC appartengono alla fase dell’Eurafrica coloniale o al massimo a quella postcoloniale, mentre la CEDEAO e la CEEAC  rappresentano il futuro, definito dalla decolonizzazione del periodo sia coloniale che postcoloniale.

L’esistenza di una moneta comune, senza dubbio, rappresenta un elemento di forte progresso dell’integrazione. Ma l’esistenza della moneta comune, priva di un contesto propizio, non è sufficiente. Nel caso dell’euro, abbiamo visto come una politica monetaria comune non sia sufficiente solida senza coordinamento, o ancora meglio l’integrazione della politica macroeconomica e, conseguentemente, di quella fiscale. Per l’Unione Europea, la realizzazione di una unione fiscale sarà l’ultimo passo di una nuova fase di integrazione politica. Non sarà né semplice né rapido da realizzare. Ma le esperienze dei tre anni appena passati hanno dimostrato chiaramente che la sola soluzione durabile è quella che gli uomini politici definiscono «più Europa» – e cioè: una maggiore integrazione regionale profonda, e maggiori soluzioni federative.

In Africa, l’esistenza delle due unioni monetarie non si traduce nell’esistenza di un reale e solido mercato comune, né nell’Africa Centrale, né nell’Africa Occidentale. Di conseguenza, non ci sono che due alternative: o si trasforma l’unione monetaria CEMAC e l’unione monetaria UEMOA in un mercato comune reale e solide, aventi le strutture di una unione politica, compreso un parlamento eletto direttamente dai cittadini, una corte di giustizia con una reale autorità ed una politica estera comune – oppure fondere insieme l’UEMOA e i CEDEAO da un lato, e la CEMAC e la CEEAC dall’altro, creando una comunità regionale reale e multidimensionale, destinata ad evolvere in un mercato comune, una moneta transfrontaliera e dimensioni macroeconomiche e politiche (Tolentino/Vogl, 2011 ; Uche, 2011). I cammini saranno comunque lunghi, duri e controversi, ma alo stesso tempo inevitabili per salvaguardare le unioni monetarie africane come progetti di un’Africa decolonizzata dall’eredità coloniale e postcoloniale.

Inoltre, i problemi della stabilità, della pace e della tolleranza rimangono gravi nell’Africa Occidentale. La crisi in Mali ha fatto progredire l’idea che la CEDEAO inizi a svolgere un ruolo più attivo come segnale di una maggiore assunzione da parte dell’Africa Occidentale della responsabilità del proprio destino, spinta in questo dall’unione Africana che ha utilizzato, per la prima volta, contributi finanziari africani per finanziare una operazione di pace in Africa. L’operazione MISMA diventerà lo strumento chiave per dare solidità e credibilità alla visione di un’Africa integrata che dia sostanza alle promesse di una responsabilità africana per i problemi africani, ivi compresi il finanziamento di queste operazioni essenziali per salvaguardare la stabilità e per garantire il ritorno di un buon governo in Mali.

I due partner – l’Unione Africana, i suoi stati membri e le comunità regionali da un lato, e l’Unione Europea ed i suoi stati membri dall’altro, devono affrontare la medesima sfida: consolidare le loro istituzioni, realizzare dei risultati visibili, efficaci e durabili e, oggi più che mai, promuovere la legittimità dei progetti di integrazione presso le rispettive popolazioni. La soluzione a questa sfida dipende più da principi convincenti che dagli strumenti concreti e funzionali.

4. Compromesso, controllo di sé e moderazione: il cammino verso il futuro

Quali sono i principi che possono guidare il processo di consolidamento delle unioni sia in Africa che in Europa, e che relazione esiste tra le due? Per cominciare, bisogna chiarire che questa domanda non ha nulla di peggiorativo o, peggio ancora, di paternalistico. La storia degli Europei non è incoraggiante: furono gli stati europei ad organizzare il colonialismo, e furono sempre loro a distruggere la pace mondiale ed infine sé stessi come risultato delle due grandi guerre. Ma, per rendere giustizia all’Europa, bisogna anche aggiungere sono stati sempre loro a rinascere nella seconda metà del 20ᵒ secolo, che si sono dati un ordine basato sulla pace ed hanno avviato un processo di integrazione che, se consideriamo la lunga durata del cammino europeo, è quasi la realizzazione di una sua anti-utopia.

Quindi, tre sono i principi essenziali per il futuro dell’integrazione regionale in un qualunque contesto mondiale.

  1. Come disse José Manuel Barroso, il presidente della commissione Europea, in occasione della cerimonia di assegnazione del Premio Nobel nel dicembre 2012 a Oslo: l’Europa combina le legittimità degli stati democratici alla legittimità degli organismi sovranazionali. L’integrazione è un stato mentale che contribuisce a creare un mondo più federativo e cosmopolita (Barroso, 2012). Esiste anche una buona formula per definire gli sforzi africani nel quadro dell’integrazione continentale e regionale. Barroso ha citato il primo presidente della Commissione Europea, Walter Hellstein: bisogna riconoscere che lo stato nazionale non è riuscito a passare gli esami cui è stato sottoposto dalla storia durante il secolo scorso. La conseguenza è strutturale, e quindi simile per l’Europa e l’Africa: bisogna costruire delle regioni per bilanciare la sovranità degli stati con la sovranità delle costruzioni regionali; bisogna combinare il nation-building con il region-building.
  2. Il secondo principio chiave per il successo dell’integrazione è stato discusso durante la cerimonia di assegnazione del premio Nobel 2012 da parte del direttore del comitato Nobel, Thorbjiarn Jagland: la volontà di fare dei compromessi, il controllo di sé e la moderazione (Jagland, 2012). Jagland di riferiva all’integrazione europea, ma citava un principio universale per garantire la pace tra le nazioni: la volontà di fare dei compromessi, il controllo di sé e la moderazione sono i principi, o meglio le virtù elementari per mantenere e gestire l’integrazione regionale ovunque. La fiducia può essere consolidata solo con la moderazione e la volontà di compromesso, tra le parti che condividono un progetto regionale. Il prezzo è, magari, una riduzione della velocità nel processo politico, ma i benefici sono, soprattutto, una maggiore solidità e stabilità dei risultati. Nel dire questo, bisogna mettere nel loro contesto le speranze esistenti in merito alla rapidità del processo di integrazione. «L’erba non cresce più velocemente se la tiri», recita un proverbio africano. I ricercatori che discutono i processi di integrazione – siano essi in Europa o in Africa – sono invitati ad accettare la profonda saggezza di questo proverbio. Né in Europa, né in Africa l’integrazione regionale e la trasformazione di un sistema tra stai verso una unione di popoli e di stati sarà creato se i tempi non sono maturi.
  3. Il terzo principio costitutivo per un funzionamento efficace dell’integrazione regionale è la «solidarietà dei fatti», come venne definita da Robert Schuman durante la sua famosa conferenza stampa del 9 maggio 1951. In quel momento, egli aveva in mente di creare l’Alta Autorità della CECA, che fu l’inizio del processo di integrazione europea. Mi sembra che oggi l’energia e le infrastrutture siano fattori analoghi in Africa, destinati ad assolvere la medesima funzione dell’acciaio e del carbone in Europa. Energia ed infrastrutture, questi sono i fattori chiave per mettere in movimento l’integrazione dei mercati africani, per facilitare l’eliminazione dei monopoli nazionali e per diversificare i mercati privati.

La legittimità sovranazionale, i compromessi, la moderazione e la solidarietà dei fatti, tutti insieme, questi principi dovranno accompagnare la trasformazione delle alleanze intergovernamentali in unioni federali, sia in Europa che in Africa. Bisogna avere pazienza, e bisogna identificare gli attori pertinenti per avanzare concretamente su questi cammino. Infine, gli attori sono i medesimi in Europa come in Africa: le società civili, i leader politici, gli uomini d’affari e gli intellettuali.

Un’ultima parola a proposito dell’esperienza specifica del trattato dell’Eliseo, firmato tra Francia e Germania nel 1963, che ha contribuito a questa trasformazione in Europa. La chiave per meglio comprendere la dinamica che è stata e rimane legata alla coppia franco-tedesca nel contesto dell’integrazione europea, non è il fatto che Francia e Germania sono i due paesi più grandi dell’Unione Europea. La chiave per percepire l’effetto della dinamica franco-tedesca è nel riconoscere che si tratta dei paesi più diversi in seno all’Unione. Il Trattato di Roma nel 1957 ha stabilito un processo comune tra i sei paesi fondatori. Il Trattato dell’Eliseo nel 1963 ha rafforzato l’ambizione mediante gli strumenti bilaterali. I governi tedesco e francese hanno promesso di consultarsi regolarmente, tra gli altri motivi, anche per discutere dei dossier di politica estera. Consultarsi, il che non significava necessariamente avere le medesime opinioni. In effetti, ci vorranno quattro decenni prima che una struttura che rappresentasse la politica estera dell’Unione  fosse creata con il Trattato di Lisbona. I Trattati di Roma o di Lisbona – o qualunque altro trattato bilaterale – non sarebbero mai stati in grado di risolvere le divergenze politiche e strategiche con un colpo di spugna. Per armonizzare i paesi a livello regionale, è necessario del tempo; è necessario avere pazienza, ed accettare di procedere progressivamente. Fino ad oggi, i temi dell’armonizzazione degli interessi politici, delle prospettive di fronte alle sfide politiche ed delle reazione di fronte alle scelte politiche rimangono complessi. Non esiste naturalmente un «interesse europeo». È necessario che questo venga sviluppato, passo dopo passo. E ciò che è vero per l’Europa, non sarà meno vero per l’Africa, se facciamo un confronto onesto tra l’Unione Europea e il CEDEAO a questo riguardo.

Il CEDEAO deve affrontare con particolare urgenza la necessità di armonizzare le prospettive dei paesi anglofoni, francofoni e lusitani. Si tratta più di un problema linguistico, o magari storico. Più il processo di integrazione avanzerà, più si confronterà con le differenze tra le tradizioni ed i sistemi giuridici vigenti nell’Africa Occidentale. La vera integrazione regionale significa governare insieme stabilire le regole insieme. Quindi, una coppia che consista nella Nigeria da un lato e dai paesi francofoni dall’altro sarà importante per facilitare il processo verso una vera integrazione nell’Africa occidentale.

Tutto il processo di integrazione regionale comporta un certo prezzo, con dei costi da pagare. In Europa, il Trattato dell’Eliseo non fu che uno dei passaggi del processo che avrebbe condotto alla trasformazione dell’alleanza europea nell’Unione Europea  (Defrance/ Pfeil, 2012). Il prezzo di questo bilateralismo regionale fu l’esclusione della Gran Bretagna per oltre un decennio dal processo di integrazione europea. Le decisioni strategiche francesi all’epoca costarono care se le valutiamo alla luce dell’euroscetticismo inglese. Gli Inglesi hanno perso una generazione di cittadini europei o, almeno, di cittadini potenzialmente europei come conseguenza dei due veti francesi nel 1962 e nel 1967, Nell’Africa Occidentale, si è deciso fin dall’inizio di includere i paesi lingua inglese, francese e portoghese. Ma in realtà, la presenza di tutti i paesi della regione non si è automaticamente tradotta in un pensiero regionale comune e, meno ancora, nella comparsa di efficaci meccanismi per facilitare l’implementazione delle decisioni collettive. Manca una coppia nell’Africa Occidentale che giochi il ruolo di motore regionale senza avere l’intenzione di dominare gli altri partner.

In Africa Occidentale, l’inclusione geografica è stata pagata con l’inefficienza delle soluzioni sovranazionali. Quindi, il prezzo è stato diverso in Africa ed in Europa, ma in ogni caso, i due sistemi di integrazione hanno dovuto pagare un prezzo specifico per le loro reciproche decisioni. Questa realtà comune sottolinea come i processi di integrazione regionale non siano soggetti a regole obiettive ma a condizioni specifiche e progrediscano per tentativi. Si tratta, paradossalmente, di una base incoraggiante per il futuro della collaborazione tra l’Unione Africana e l’Unione Europea.  Dicendo ciò, bisogna rendere omaggio agli Africani per il loro coraggio di combinare i loro progetti di integrazione regionale con i loro desideri di consolidare gli stati nazionali. I vicini europei dovranno accompagnare questi sforzi dei vicini africani con rispetto, pazienza e con la volontà di fare progredire un vero patto di collaborazione bi-continentale – la sola prospettiva seria e valida per l’Europa e l’Africa nell’era della globalizzazione.