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Egisto Corradi in Africa | Africa A Cronometro

IL RITORNO IN AFRICA DI EGISTO CORRADI

La partecipazione di Corradi alla prima edizione della Méditerranée – Le Cap nel 1951 rappresentò il suo primo viaggio in Africa; ad esso, ne sarebbero seguiti molti altri, sempre come inviato del “Corriere della Sera”, ma come corrispondente di guerra anziché sportivo.

Corradi seguì molti dei conflitti che esplosero negli anni sessanta e settanta nel continente africano: Etiopia, Angola, Congo …

Fu proprio in Congo che Corradi ebbe la possibilità di tornare a visitare luoghi che aveva conosciuto e descritto durante il rallye, ed in particolare la capitale della Provincia Orientale, Stanleyville. Era la fine del 1964.

La Stanleyville che Corradi conobbe (vide per la prima volta) nel gennaio del 1951 era una metropoli in piena espansione e sviluppo: opulenta e sfacciata. Le pagine di “Africa a Cronometro” testimoniano dell’inquietudine che suscitò in lui l’ostentazione del benessere dei coloni bianchi che strideva con la condizione di totale sudditanza nella quale versava la popolazione locale.

“I tremila europei che vivono qui … hanno bellissimi bungalows, splendidi giardini, piscine contornate di fiori, docce e bagni per ogni dove, automobili americane degli ultimi modelli (una ogni due di loro), frigidaires a mezze dozzine per ogni casa, buste di fine mese pazzescamente gonfie per scarse ore di lavoro, centinaia di campi da tennis, infiniti ventilatori con lunghe pale che girano lentamente, squadre di boys agli ordini…”.

Corradi giunse nei pressi di Stanleyville la sera del 28 gennaio 1951 e vi si fermerà due giorni durante i quali matura in lui un senso di profondo disagio:

“…a Stanleyville uno ci può stare per tre, per cinque, per dieci anni; ma poi deve andarsene via. Ed è facile andarsene, questo è un luogo che non suscita nostalgie… a Stanleyville spira aria d’esilio, di luogo d’espiazione, di purgatorio in terra. Le donne sono poche…, a Stanleyville gli amori sono facili, facilissimi…”.

A contribuire ad alimentare il disagio, ci furono le prime esperienze concrete di segregazione razziale:

“…la colour-bar, la barriera tra colore e colore di pelle, tra pelle bianca e pelle nera. Materializzata in una vera e propria ringhiera, la colour-bar si può vedere all’ufficio postale centrale di Stanleyville, ogni sportello la sua ringhiera che divide i bianchi dai negri…”.

Quando alla fine del viaggio Corradi trarrà le somme delle impressioni dei suoi contatti in quanto bianco con gli africani, dirà che:

“…Dal modo diverso di salutare degli indigeni, dal Sahara al Sud Africa, un viaggiatore paracadutato per ipotesi dal cielo sarebbe in grado di individuare la colonia in cui fosse venuto a trovarsi. Allegria e cordialità nelle Afriche francesi, indifferenza in quelle inglesi, astio in Congo Belga, odio in Sud Africa. Negro, dimmi come saluti il bianco e ti saprò dire sotto quale dominazione vivi…”.

Stanleyville come la vide Corradi durante la prima breve visita appariva cosí:

È difficile pensare che la mattina del 26 novembre 1964 Corradi non abbia almeno per un istante ricordato  quando, ormai quasi quindici anni prima, affacciato alla finestra del suo tranquillo bungolow vedeva sul Congo tremolare l’aria per il gran caldo e, dalla parte opposta, i lumi del vicino aeroporto dove tutta la gente di Stanleyville si recava per passare un’ora al caffè a bordo di lussuose vetture americane.

L’aspetto di quei medesimi luoghi era completamente cambiato mentre, a bordo di un DC6 dell’Aeronautica Militare italiana, sorvolava lo stesso aeroporto senza potervi atterrare. “…sotto di noi, quattro piccoli caccia bianchi pilotati da mercenari cubani svolazzano come farfalle mitragliando i boschi alle due estremità della pista d’atterraggio…”. Accanto a lui un’altra figura leggendaria del giornalismo italiano, il fotografo Gianfranco Moroldo, inviato de “L’Europeo”.

Dal giorno dell’indipendenza il 30 giugno 1960, in Congo era successo di tutto: la ribellione dell’esercito il 4 luglio con le prime violenze e vittime tra i coloni bianchi, il panico, l’uccisione il 9 luglio del console italiano a Elizabethville, l’invasione militare belga il 10 luglio, la dichiarazione di indipendenza del Katanga l’11 luglio appoggiata dal Belgio e condannata dalla comunità internazionale, le incertezze dell’ONU, la minaccia da parte del governo legittimo del Congo di chiedere aiuto all’Unione Sovietica, l’invio il 15 luglio dei primi caschi blu, il colpo di stato di Mobutu il 14 settembre, il 17 gennaio 1961 l’assassinio di Patrice Lumumba ad opera delle autorità del Katanga e con la complicità della CIA e del Belgio, la misteriosa morte del segretario generale delle Nazioni Unite il 18 settembre 1961, l’eccidio di Kindu l’11 novembre 1961 ove tredici aviatori italiani che facevano parte di un contingente dell’ONU furono trucidati da miliziani congolesi, la fine della secessione del Katanga il 14 gennaio 1963, il coinvolgimento della Cina che ispirò la rivolta contadina di ispirazione maoista guidata da Pierre Mulele nella provincia di Kwilu nel gennaio 1964, la rapida estensione della rivolta a tutta la parte orientale del paese, la caduta di Stanleyville nelle mani dei ribelli nel settembre 1964, la fondazione della Repubblica Popolare del Congo, la cattura di centinaia di missionari e coloni bianchi.

È a questo punto che Corradi e Moroldo giungono in Congo: il 24 novembre 1964 paracadutisti belgi atterrano a Stanleyville ed occupano l’aeroporto, mentre truppe di terra entrano nella città, con l’obiettivo di liberare gli ostaggi nelle mani dei ribelli. Oltre duemila europei furono evacuati, tra cui molti italiani, operazioni di salvataggio che i due giornalisti documenteranno nei loro reportage dopo il loro arrivo il 26 novembre 1964, appena due giorni dopo l’ inizio dell’operazione, raccogliendo le testimonianze e documentando le atrocità commesse da tutte le parti in lotta.

L’intero paese era sprofondato in un caos distruttivo di cui non si vedeva la fine; la Stanleyville che in quel lontano gennaio 1951 Corradi aveva descritto come un “purgatorio in terra” era diventata un inferno dantesco nel quale si consumavano delitti di un’atrocità tanto inusitata da renderli indescrivibili. La corrispondenza di Corradi che il “Corriere della Sera “ pubblica il 28 novembre 1964 avrà il seguente titolo: “Come ho visto Stanleyville, la città della furia selvaggia”.

Egisto Corradi rimane in Congo dal 7 novembre al 29 dicembre 1964, ed in questo periodo il Corriere della Sera pubblica diciotto corrispondenze firmate da lui. Tra le drammatiche vicende narrate nei suoi articoli, di particolare interesse é quella relativa al ‘massacro di Stanleyville’ che si consumó proprio nei giorni in cui Corradi e Moroldo erano in cittá e di cui furono testimoni diretti.

Gianfranco Moroldo ha rievocato quell’episodio nella sua ultima intervista concessa a Pier Luigi Vercesi. In realtà le cose sulla sponda del fiume Congo in quel lontano giorno di fine novembre 1964 non andarono proprio come le rievoca Moroldo, almeno stando al racconto che Corradi ne fece nella sua corrispondenza pubblicata sul Corriere del 28 novembre. A distanza di tanti anni Moroldo di quell’episodio ricorda l’essenziale, ma non dice tutto e soprattutto non rende ragione del suo proprio coraggio in quella circostanza. Il giorno prima, un mercenario aveva avvertito i due giornalisti che si stava organizzando un attacco dall’altra parte del fiume per tentare di salvare una trentina di missionari e suore ostaggi dai ribelli. Questo è il racconto di Corradi, che rappresenta in modo straordinario il lavoro dell’inviato come lo aveva conosciuto Moroldo:

“… Spunta l’alba di venerdì ventisette, scendiamo sulla riva del Congo in attesa dell’attacco. Tre mortai da quattro pollici. Due sono piazzati ad una cinquantina di metri l’uno dall’altro, decine e decine di granate sono deposte in bell’ordine vicino alle armi. Sono esattamente le sei e quarantacinque minuti quando il comandante belga dà ai congolesi addetti ai pezzi l’ordine di aprire il fuoco. Seduti sull’orlo del marciapiede, intanto, una quarantina di mercenari lucidano ed ungono pistole, fucili, fucili mitragliatori. Il tiro dei mortai è rado, non più di cinque o sei colpi al minuto. Si vedono le granate esplodere tra i palmizi e le villette dell’altra sponda, il fiume sarà qui largo dai settecento agli ottocento metri, l’acqua fangosa tutta cupi riflessi violacei.

I mercenari si muovono, li seguiamo nella loro breve marcia verso il fiume passando attraverso una serie di magazzini portuali. Uno di questi magazzini formicola di donne e bimbi neri, sono i famigliari che i soldati congolesi si portano sempre dietro. Le donne lavano e cucinano tra ammassi di immondizie, facendo attenzione si riesce a cogliere con lo sguardo le granate che passano nere e veloci contro il cielo azzurro. Sull’acqua, sotto una serie di immense gru, è attraccato il battello che porterà i mercenari oltre il fiume. Ha le dimensioni di un motoscafo pubblico veneziano, sulle fiancate si legge il nome di Geri. ‘Quando saremo in mezzo al Congo’ dice un mercenario ‘i T-6 [piccoli aerei da combattimento di fabbricazione americana] attaccheranno l’altra sponda. Proprio come in una vera guerra’.

‘Embarquez!’ grida un ufficiale con i gradi di colonnello sulle spalline. I mercenari montano a bordo, l’ufficiale che li guarda ha con sé una radio portatile. Sopra una chiatta, un altro ufficiale cui cinquant’anni sembra avere il comando dell’operazione. Dev’essere il belga Van de Walle, il maggiore consigliere militare di Ciombe [Moise Tshombe, all’epoca primo ministro del governo di coalizione congolese]. A noi giornalisti italiani si uniscono due giornalisti americani ed uno belga, siamo attorno a Van de Walle che guarda verso l’altra sponda e agita nervosamente un bastoncino.

Il fuoco dei mortai si intensifica, da un grande magazzino sulla sponda opposta si leva una colonna di fumo, nasce un incendio. A tre metri da noi, nell’acqua violacea, passano due, tre, quattro cadaveri di congolesi: simbolo di questa orrenda guerra. ‘Il motore non parte’ grida il mercenario australiano che pilota il battello, ‘le batterie sono scariche!’ Un meccanico nero armeggia attorno ad un blocco di un metro cubo di batterie posato sulla coperta del battello. ‘Niente da fare!’ grida, grondando di sudore. Vedo allora una delle grandi gru muoversi, posare sul battello un altro cassone di batterie.

I minuti passano, vedo bene che Van de Walle frigge. Finalmente il battello va, la corrente del Congo lo prende trascinandolo per cento metri in giù, poi timone e motore hanno il sopravvento. Il fotografo Gianfranco Moroldo, unico tra noi, si è buttato sul battello al momento della partenza. Avrei avuto tempo anche io di salire, se non avessi avuto paura, paura di vedere entrare in azione dall’altra parte qualche mitragliatrice. Tre minuto dopo, mentre il Geri è in mezzo al fiume, quattro caccia mitragliano e spezzonano l’altra sponda. Vanno, vengono, si allontanano, ritornano entrando ed uscendo dalla nuvola di fumo dei magazzini che bruciano. Dall’altra parte niente, neppure una fucilata.

Ecco ora che il Geri attracca, che le due squadre di mercenari ne scendono dirigendosi una a monte e l’altra a valle lungo la sponda. Una delle due squadre, dopo cento metri, piega verso l’interno, dove si vede sorgere un campanile. Il vento porta l’ eco di molte raffiche, gli aerei continuano il loro carosello. Mezz’ora dopo due sagome bianche si stagliano lungo la strada che scende dove il Geri si trova attraccato. Forse missionari, forse suore. Ed ecco che ora il Geri riparte, eccolo rombare attraverso il  fiume. Solo quando sta per attraccare vediamo a bordo due donne ferite, pallidissime; e poi quattro ragazzi pallidi. Uno dei quattro, una bambina, ha un lato del capo coperto di materia cerebrale. Sono i famigliari di un missionario protestante inglese ucciso dai ribelli, i mercenari li hanno trovati nascosti in una cantina. Sono le otto.

Il Geri riparte con noi a bordo e una ventina di soldati congolesi. Sbarchiamo fra i crateri delle granate dei mortai, ci avviamo verso la missione lungo un viale, tre minuti dopo siamo davanti ad una villetta.‘Guardate’ mormora un ufficiale mercenario. Traversiamo il giardino, giungiamo alla veranda d’ingresso. La veranda è colma, dico colma, di un ammasso di corpi trucidati di missionari, di suore, di civili, di neri. Un raccapricciante groviglio di vesti e carni bianche, di sangue, di membra, di gole tagliate, di biancherie strappate. Sette altri corpi giacciono in una fossa ancora aperta dietro la villetta, forse gli uccisi sulla veranda furono costretti a scavare sotto la minaccia delle armi dei ‘Simba’ [letteralmente ‘leoni’, gruppi di guerrieri adolescenti, e qualche volta bambini, che combattevano nell’esercito di liberazione del Congo].

L’ufficiale belga grida ferocemente ordini, i soldati neri esitano a mettere le mani nel sanguinoso impasto. Poi trovano delle carriole, ogni carriola viene caricata con un corpo e spinta verso il battello, le carriole fanno la spola, le ruote cigolano, i soldati bevono del Ricard che hanno trovato chissà dove. La carneficina sembra essere di due o tre giorni fa, da quel che si vede. Conto i corpi come posso, mentre i T-6 continuano a volarci sopra a volo radente, a mitragliare il bosco distante da noi.

Sono ventotto o trenta; non saprei bene perché corro qui e là verso i punti dai quali i mercenari sparano. Ad un certo momento mi volto, vedo un essere umano uscire dal bosco. È bianco, ha la lunga barba dei missionari, è coperto da un solo brandello di camicia rossa di sangue raggrumato, ha due fori di proiettili nella schiena, sulla sinistra. È l’unico superstite dei trentuno tra suore e padri spagnoli e belgi che si trovavano in questa missione. Si chiama Charles Schuster, è belga, dei missionari del Sacro Cuore …”.

Le ultime frasi dell’ultima corrispondenza dal Congo inviata da Egisto Corradi e pubblicata sul Corriere del 29 dicembre 1964 sintetizza in modo drammatico come in quel momento, dopo avere testimoniato di tanti orrori, egli percepisse la situazione:

“… le prospettive politiche, militari e sociali del Congo sono buie, ecco perché nessuno puó ragionevolmente arrischiarsi a fare previsioni sull’avvenire prossimo e lontano del Congo. In Congo puó succedere tutto da un momento all’altro. Tutto e il contrario di tutto, caoticamente. Ha detto bene Ciombe a Parigi: ‘Noi Congolesi siamo come dei bambini sperduti nel cuore della notte’. E che notte”.

Impossibile non cogliere nel costante riferimento all’oscuritá e nel sentimento di impotenza di fronte all’orrore gli echi di Cuore di Tenebra. Leggendo la narrazione dal ritmo quasi cinematografico dell’episodio della strage di Stanleyville, impossibile non vedere davanti ai propri occhi immagini degne di Apocalypse Now. Egisto Corradi, involontario ma ideale trait d’union tra Joseph Conrad e Francis Ford Coppola, che a differenza di loro quell’orrore ha guardato negli occhi, ha vissuto non una, ma  dieci, cento volte …

Come osserva  David Van Reybrouck nel suo libro “Congo”, pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 2014, furono in molti a cogliere nelle catastrofi di quegli anni “la conseguenza di una recrudescenza di barbarie, della rinascita di quel primitivismo che era stato represso durante gli anni coloniali”. E tuttavia la realtá era ben diversa: “… il caos era il risultato della logica piuttosto che dell’irragionevolezza, o per essere piú precisi: dello scontro di logiche contraddittorie. … anche qui la tragedia della Storia non derivava dalla contrapposizione tra essere ragionevoli ed esseri insensati, tra buoni e cattivi, ma tra persone che si riunivano e si consideravano, tutte indistintamente, buone e ragionevoli. Degli idealisti si contrapponevano ad altri idealisti, ma ogni idealismo difeso con troppo fanatismo conduceva all’accecamento dei buoni. La Storia è un piatto abominevole preparato con i migliori ingredienti”.

La Storia avrebbe fatto il suo corso: l’esercito regolare congolese avrebbe avuto ragione dei ribelli e dopo un nuovo tentativo di restituire al paese istituzioni democratiche, l’avvenire sarebbe stato segnato dal secondo colpo di stato di Mobutu Sese Seku del 24 novembre 1965. Mobutu avrebbe governato con pugno di ferro per oltre trent’anni, fino al luglio del 1996, quando venne rovesciato a sua volta dal colpo di stato di Laurent-Désiré Kabila, il suo vecchio nemico, l’uomo al cui fianco aveva lottato Che Guevara durante la ribellione mulelista, di cui Corradi era stato testimone.