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Il ricordo di Beppe Severgnini | Africa A Cronometro

IL MAESTRO ALLA CATENA

Articolo  pubblicato in occasione della scomparsa di Corradi sul numero de il Giornale pubblicato il 26 novembre 1990.

Ringraziamo sentitamente Beppe Severgnini per averci autorizzato a pubblicare il testo .

vignetta

Sono passati sei mesi dalla scomparsa di Egisto Corradi, e almeno sei mesi dovevano passare perchè un giornalista della mia generazione potesse parlare di lui. Prima toccava a chi lo ha visto in Russia durante la guerra, in Ungheria per la controrivoluzione, in Vietnam a contare le cannonate, per poi riferire che quel giorno erano ventidue e non trenta. Queste cose ha scritto Montanelli, secondo cui Corradi faceva testo: dire ad un collega “L’ha detto Corradi”, ancora adesso, significa “Silenzio. Le cose stanno così.” Enzo Biagi ha ricordato invece come Egisto fosse l’unico giornalista italiano di cui nessun altro giornalista abbia mai parlato male. Cosa straordinaria -ha concluso- visti i costumi della categoria.

Quando Corradi, nel 1956, attraversava Budapest sopra un autocarro, non ero nato. Posso, quindi, aggiungere pochi aneddoti, e certamente nessun giudizio. Il caso-e il direttore- hanno voluto però che, tornato da Londra, dividessi con Egisto la stanza al “Giornale”. In questi anni credo di aver imparato da lui un paio di cose, e penso fosse impossibile non impararle.

Innanzitutto, ho capito che per fare il giornalista bisogna indignarsi. Non sempre: solo di tanti in tanto. La leggenda che vuole Egisto Corradi sempre sorridente e in pace con il mondo è, appunto, una leggenda. Certe mattine, se avesse avuto un bastone, Egisto il mondo lo avrebbe preso a bastonate.

Quando scopriva in un articolo i segni del servilismo verso questo o quel potentato economico; quando leggeva brutti articoli, e rimpiangeva il tempo perso per arrivare in fondo; quando leggeva articoli belli, messi però nel posto sbagliato.

La lettura dei giornali del mattino -che spesso facevamo insieme, dopo un “bentornato” o prima di un “buon viaggio”- era sempre condita da scoppi di risate e ululati. Mi piacevano gli ululati di Corradi, e mi mancano: segnalavano di solito un titolo malfatto o qualche “attacco” stupido di qualche pezzo non migliore dell’ ”attacco”. Quando chiedevi chi fosse il collega che l’aveva fatto divertire, cercava di non rispondere. Allora mi alzavo e andavo a controllare. Corradi a quel punto si improvvisava avvocato difensore dell’assente, che quasi sempre conosceva di persona. “ Si vede che quando l’ha scritto non stava bene” diceva sorridendo, e poi bofonchiava che, certi giorni, sembra che nei giornali stiano bene in molto pochi.

Un’altra cosa che lo inquietava profondamente era l’aspetto dei quotidiani moderni. “L’abominevole grafica” la chiamava, come se fosse una malattia della pelle. Non gli piacevano gli spazi bianchi e le grandi fotografie senza senso. Sosteneva che i giornali dovevano essere pieni e caotici. perchè dovevano raccontare il mondo, e il mondo è pieno e caotico. Lui voleva notizie, diceva, non chiacchiere. Gli unici autorizzati a chiacchierare, secondo Egisto Corradi, erano gli inviati, gli articolisti e i commentatori. Ma solo se sapevano farlo e, a giudicare dal numero degli ululati, molti, secondo lui, non sapevano farlo. Tra tutti i giornali che riceveva, Egisto amava particolarmente

l’ ”Herald Tribune”. Diceva che dentro c’era tanta roba; peccato non potesse gustare tutto, perchè l’inglese lo conosceva appena. I primi tempi, ricordo, gli credevo. Poi mi sono accorto che dall’ “Herald Tribune” Egisto tirava fuori tutte le notizie migliori, le più gustose, quelle che poi riportava con orgoglio nella riunione di redazione, a mezzogiorno. Non gli ho mai chiesto come facesse, non gli ho mai detto: “Tu la lingua la sai benissimo”. Mi limitavo a portargli articoli in inglese -sempre più lunghi, sempre più difficili- che poi trovavo sottolineati ed annotati. Ufficialmente, però, lui l’inglese non l’ha mai imparato.

La modestia e l’understatement erano due qualità che Corradi aveva trasformato in vezzi. Sapeva di essere uno dei più grandi giornalisti italiani, e di aver scritto cose splendide. Però strappargli un’ammissione era difficile come cavare una frase intelligente a una concorrente durante un concorso di bellezza. Il suo racconto di una giornata a Calcutta al seguito di una vacca sacra -dove si capiva L’India più che leggendo un trattato- per lui era una “cosetta”. I suoi pezzi sull’Iran in occasione della caduta dello Scià -piccoli capolavori scritti dopo aver fatto la spesa per tutto il gruppo dei giornalisti italiani, ricorda Piero Benettazzo- erano “appena discreti”.

Anche dei suoi lunghi soggiorni in Vietnam, Corradi parlava poco. Sembrava quasi che, non volendo dire d’essere stato tra i più bravi, e certamente il più scrupoloso, avesse deciso di non dire niente del tutto. Un giorno l’ho affrontato, e gli ho chiesto se era vera una storia che avevo sentito raccontare.

La storia è questa. Egisto Corradi, a Saigon, si trovava dopo cena con gli altri giornalisti italiani. Ad una certa ora, ogni sera, passava a prenderlo una graziosa giovane vietnamita, e insieme se ne andavano verso casa. Dopo qualche giorno i colleghi chiesero spiegazioni, ma ottennero soltanto risposte evasive. Così, dopo qualche altro giorno, decisero di andare a controllare. Arrivarono sotto l’abitazione, e si avvicinarono alla finestra. Guardarono all’interno e nella penombra videro Corradi con la giovane vietnamita. Lui seduto in poltrona a leggere. Lei impegnata a fargli il bucato.

Neanche quella volta, devo dire, ho avuto una risposta sul Vietnam. Egisto mi ha solo detto che laggiù i vestiti si sporcavano molto in fretta.

Quando gli chiedevo consigli prima di partire per qualche viaggio, però, parlava volentieri. Per nulla geloso dei suoi argomenti -trovava inconcepibile che un giornalista potesse trattare un Paese come fosse un feudo- era sempre pronto ad aprire vecchi taccuini, a scovare numeri di telefono e a rovistare nelle buste di ritagli. Dissidenti ungheresi, comunisti cechi e interpreti romeni, quando sapevano che ero mandato da Corradi, cambiavano espressione, e offrivano tutto l’aiuto possibile. Forse pensavano già alla prossima interminabile telefonata che gli avrebbero fatto, all’incontro che lui non avrebbe saputo rifiutare, alla lettera che poi Egisto avrebbe fatto pubblicare, chiedendo scusa a tutti, quasi fosse personalmente responsabile per tutti gli scocciatori che popolano questo mondo.

Quando nessuno gli chiedeva aiuto, piaceri, indirizzi, Corradi, al giornale, passava il tempo leggendo, cercando vignette divertenti e pensando a possibili “Controcorrente” da offrire al direttore.

Per le vignette aveva una vera passione: quella che pubblichiamo stava sul suo tavolo. e forse gli piaceva perchè l’omino incatenato alla macchina per scrivere era lui, giornalista a vita, incapace di non lavorare. Ogni due mesi andava da Montanelli a dirgli che voleva lasciare. Si sentiva minacciare castighi e punizioni se l’avesse fatto, e tornava contento, perchè significava che “il Giornale” lo voleva ancora.

Anche noi trentenni, a turno, andavamo a dirgli che era indispensabile. Ma lui ci interrompeva e protestava, sostenendo che ormai non serviva più a niente, e noi giovani dovevamo dimenticarlo. Ora che non può più interrompere e protestare, vorremmo dirgli che gli Egisto Corradi serviranno sempre, soprattutto a quelli della nostra età. Era quarant’anni più vecchio e dieci volte più bravo, eppure ci trattava da pari a pari. Quindi, Corradi non si illuda: non lo dimenticheremo.