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Il ricordo di Gianfranco Moroldo | Africa A Cronometro

Il testo che segue é estratto dalla conversazione che Gianfranco Moroldo ebbe con Pier Luigi Vercesi, direttore di Sette, il magazine del Corriere della Sera, in quella che sarebbe divenuta la sua ultima intervista.

In questa conversazione, tra l’altro, Moroldo rievoca i giorni drammatici che visse a fianco di Egisto Corradi durante la loro permanenza in Congo nel 1964.

Ringraziamo sentitamente Pier Luigi Vercesi per averci autorizzazto a pubblicare il testo dell’intervista.

“…A volte io facevo l’inviato in foto-testi, come per il massacro di Stanleyville. Arrivavo sul posto e spesso mi trovavo fianco a fianco con il grande maestro di tutti i giornalisti italiani, Egisto Corradi. Eravamo amici e mi ha insegnato tante cose. La prima regola: quando si va a fare un reportage dove c’è una rivoluzione, una guerra, il caos insomma, ti devi portare due uova sode, due pacchetti di cracker e due scatolette di acqua minerale. Se resti isolato, puoi campare due giorni senza problemi. Egisto era uno che quando arrivava sull’avvenimento, andava a vedere tutto: dove avevano ucciso, dove avevano sfondato, dove i neri erano penetrati nella missione, con quali attrezzi avevano ucciso o massacrato, faceva un’analisi completa. Io lo chiamavo San Tommaso, perché andava dappertutto e voleva sapere tutto, non solo a sentire la campana del vescovo, ma anche quella del ribelle; devi vedere a destra e a sinistra, per avere equilibrio. Poi non tiri le conclusioni, ma dici: “Il tale mi ha raccontato questo e il tizio quest’altro”. Egisto era un parmigiano e quindi aveva un carattere particolare. Era un uomo tozzo, con la faccia da levantino; non aveva i lineamenti da parmigiano, però lui sosteneva di sentirsi tale fino nelle viscere. Un giorno mi dice: “No, io quel fiume lì, il Congo, non me la sento di attraversarlo”. Gli era rimasto sempre impresso il grande dramma della ritirata di Russia, ed è questa una delle ragioni per cui andava in giro con le uova sode, i cracker e così via. Diceva che lui, della ritirata di Russia, sentiva ancora il dramma che non c’era da mangiare, anche se eravamo nel ’64 ed erano passati vent’anni. Davanti al Congo gli deve essere venuto in mente qualche cosa della campagna di Russia, perché mi dice: “No, io non vengo. Gianfranco, guarda che è molto pericoloso, i Simba te li trovi dietro un albero, una capanna, ti sparano di nascosto”. E io: “Sì, va ben, cercherò di evitare, starò attento, guarderò”. Sono andato a fare il servizio sul massacro di Stanleyville, sono tornato e gli ho raccontato tutto: i morti che ho trovato, dove erano, come erano. E lui, da inviato serio, non ha scritto: “Vi racconto la storia del massacro”, ma ha detto che il fotografo dell’Europeo Gianfranco Moroldo, avendo attraversato con i mercenari il fiume Congo, gli aveva raccontato quello che aveva visto al di là del fiume. Ecco i Santommasi. Egisto Corradi è venuto a fare la guerra del Bangladesh, pachistani contro indiani: lui era là. Se ci sono i mujaheddin che vengono ad ammazzare, lui è lì a vedere, è presente nelle situazioni che deve raccontare. Se c’è il “forse, si dice, mah, mi raccontano”, mette il nome e il cognome della persona che gli ha riportato l’episodio, la storia, specificando di raccontare quello che il signor tal dei tali ha detto di aver visto o vissuto. Sì, è proprio sparito l’inviato. Dico l’inviato come l’ho conosciuto io”.

Come vedremo, l’episodio cui Moroldo fa riferimento é descritto da Corradi in una sua corrispondenza pubblicata dal Corriere della Sera che rappresenta una testimonianza estremamente significativa di quei drammatici giorni.