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I barbuti di Orano | Africa A Cronometro

 I TRE BARBUTI DI ORANO

… del viaggio e della libertà …

Nel suo libro Africa a Cronometro, Egisto Corradi fa spesso riferimento ai tre baldi giovanotti di Orano conosciuti come i tre barbuti, dei quali descrive l’originale condotta di gara e molti dei divertenti aneddoti di cui furono protagonisti.

Per questo motivo, più che ripetere quello che Corradi annotò su questo originale equipaggio, ci soffermeremo su quello egli non scrisse, articolando una riflessione più ampia sul significato di viaggio e di libertà (niente di più, niente di meno).

Sui tre amici Hugounenq, Ruand e Stouvenot basti dire che erano un giovane impiegato delle Poste di Orano, un chimico ed un agronomo che, una volta appresa la notizia del Rallye, decisero di prendervi parte. Con i loro presumibilmente miseri risparmi, comprarono un vecchio Pick Up Ford 8V del 1936, lo attrezzarono alla bell’e meglio, lavorarono tanti sabati e domeniche quanto fu necessario per accumulare i giorni di ferie necessari e partirono.

Già questo fa intuire come avessero poco a che spartire con gli altri partecipanti al Rallye; non che questi ultimi potessero essere assimilati ad un gruppo omogeneo, anzi … c’erano militari in missione, dipendenti di case automobilistiche che si guadagnavano lo stipendio, giornalisti ed inviati a caccia di storie e notizie, ricchi e nobili annoiati in cerca di emozioni, coloni in cerca di relazioni ed affari. E tuttavia, pur nell’eterogeneità di estrazione sociale, cultura ed aspettativi, tutti affrontavano il Rallye avendo ben chiaro uno scopo da perseguire.

Nel caso dei tre barbuti di Orano, questa regola generale non sembra applicabile …

Christillin e Canestrini, i compagni di Egisto corradi sul Croce del Sud, mentre colloquiano con Hugounenq

Anzitutto una nota per chi non abbia letto il libro: i tre finirono con l’essere da tutti soprannominati i tre barbuti per il semplice fatto che, a partire dal giorno della partenza, smisero di farsi la barba.

Nella pagina dedicata alle  Vie d’Italia abbiamo riportato le parole con le quali nel 1934 A. Fantoll descriveva il nuovo turismo africano:

“Vogliamo parlare del turismo … che ha per oggetto principale il viaggio stesso, inteso come una possibilità di emozioni sempre nuove … di un viaggio infine di cui l’organizzazione personale può costituire di per sé sola una inusitata attrattiva.”

Ebbene, è poco probabile che i tre giovani abbiano avuto modo di leggere il fascicolo del marzo 1934 del periodico del TCI, e tuttavia proprio a questo principi, unici tra tutti i partecipanti, la loro avventura sembra essersi ispirata.

Anzitutto la loro scelta di partire non sembra avere una scopo preciso, se non quello di assecondare l’atavico richiamo dell’ignoto, alimentato da letture fantastiche, racconti terribili e dalle emozioni che nascono vivendo quotidianamente al margine di un ostacolo invalicabile, sognando di raggiungere un giorno ciò che l’ostacolo cela alla vista…

Europei d’Africa, spiriti inquieti, isolati in una città indifferente. Vengono in mente le parole di Egisto Corradi su Algeri ed i suoi cittadini:

“Algeri ignora il deserto che ha alle spalle, in tutti i sensi. Non c’è persona che ve ne parli o che, interrogata, ne sappia… Algeri ignora il deserto perché il deserto è zero, è la non-vita, il non-interesse. Gli interessi materiali e spirituali di Algeri sono rivolti in luogo od oltremare, verso la Francia e Parigi. Alle spalle Algeri non ha il deserto, ha il nulla; fa pensare ad una città ai confini del mondo, senza una dimensione, senza spalle, senza un lato.”

Ciò che rende speciali i tre amici è questo dirigere lo sguardo ove gli altri lo distolgono, e la loro disponimiti a cambiare, rinunciando a ciò che sono ed a ciò che hanno proprio in virtù dell’assenza di uno scopo definito.

La rinuncia di sé si manifestò nella scelta che li portò progressivamente a rinunciare a radersi, a cambiarsi, a tutti i pochi o tanti comfort che venivano messi a loro disposizione. Non solo evitarono sistematicamente ogni ricevimento e accoglienza, ufficiale o privata che fosse, ma addirittura rinunciarono ad utilizzare le già frugali sistemazioni messe a disposizione da parte degli organizzatori, decidendo di vivere esclusivamente all’aria aperta e cibandosi di quello che si procuravano.

La rinuncia a ciò che avevano si tradusse nel progressivo abbandono di tutto il bagaglio, conservando solo lo stretto necessario a garantire la loro sopravvivenza, una tenda, delle pentole, un fucile e poco altro.

Egisto Corradi li vedeva comparire dal nulla alla mattina per schierarsi al via, e sparire da qualche parte alla sera dopo l’arrivo.

Organizzati come un piccola tribù, i loro compiti nel gruppo erano chiari. Tutti dovevano guidare, ed una volta fermi, uno si occupava del mezzo, uno del campo ed uno del cibo, senza fosse necessaria una parola.

Semplice volontà, fine a sé stessa, pura…

Se è vero che la vera libertà si ottiene tramite la rinuncia, è verosimile che al loro arrivo a Città del Capo i tre si siano sentiti, giustamente e meritatamente, un poco più liberi di quanto lo fossero al momento della partenza.

Ebbene, il destino avrebbe giocato loro uno scherzo che non definiremo essere né bello, né brutto: diciamo solo uno scherzo …

Mentre i tre cacciavano, guidavano, dormivano e si proteggevano dalla pioggia in mezzo a sabbie, foreste e savane, lontano, molto lontano si stava parlando di loro.

Quando erano partiti, i tre barbuti non avevano chiesto niente a nessuno, e tanto meno alla Ford; la loro macchina, messa a fianco della maggior parte delle altre vetture partecipanti, appariva essere poco più che un catorcio. Tuttavia, man mano che il Rallye proseguiva, divenne sempre più evidente che, dei pochi equipaggi che conducevano un veicolo marca Ford, i meglio piazzati erano proprio i tre barbuti. Di fatto, fu solo per colpa di un brutto incidente nel finale che non si aggiunsero al gruppo delle vetture che si aggiudicarono la corsa ex-aequo con punteggio pieno.

Visto il sorprendente successo di pubblico della competizione che evidentemente avevano sottovalutato, la determinazione dei costruttori francesi come Renault e Delahaye di scalzare le marche americane tra le preferenze dei guidatori nelle colonie ed la constatazione che i tre ragazzotti stavano, in fondo, facendo pubblicità involontaria e gratuita alla casa di Detroit, i cervelli della filiale francese si misero in moto, e cercarono di individuare come trarre massimo vantaggio dalla situazione.

Fu così che la filiale frnacese della Ford organizzó una campagna di stampa che definire originale è dire poco, sottoforma di “Messaggio agli Automobilisti”. Nel quale, dopo una fantasiosa ricostruzione della classifica finale, Ford confermava di non essere interessata a partecipare in modo ufficiale a competizioni di endurance in quanto i costruttori concorrenti mentivano, spacciando per veicoli di serie macchine che in realtà erano autentici prototipi, creando false aspettative  nei clienti e screditando in modo sleale il marchio dell’Ovale Blu.

La verità sarebbe destiinata comunque a venire sempre a galla, e che la migliore dimostrazione era costituita dall’esempio dai piloti privati, categoria della quale Hugounenq e soci erano un luminoso esempio: a bordo di quello che sarà pur stato un catorcio, ma un catorcio Ford, avevano battuto il fior fiore dei prodotti dell’industria concorrente!

Morale: cari automobilisti, non fidatevi, continuate a comprare Ford!

Possiamo presumere che il riferimento non esplicitato fosse proprio a Renault e Delahaye, anche se non si può escludere che nel gruppo dei cattivi fossero incluse anche Peugeot e Volkswagen.

Fatto sta che quando arrivarono a Città del Capo, i nostri tre amici ormai inselvatichiti, non lavati, con gli stessi vestiti addosso da almeno due settimane e con la barba di quaranta giorni, si videro ripiombare loro malgrado proprio in ciò da cui erano fuggiti durante tutti i quaranta giorni delle gara; circondati da addetti stampa, direttori commerciali, giornalisti e paparazzi, visibilmente frastornati, essi furono i protagonisti di una sontuosa cerimonia durante la quale a ciascuno dei tre vennero consegnate in segno di riconoscenza le chiavi di una Ford Vedette 8 cilindri nuova fiammante, oltre ai biglietti per rientrare ad Orano.

Cosa ne fu in seguito dei tre simpatici oranesi non é noto, ma mi piacerebbe veramente scoprire un giorno cosa ne abbiano fatto delle tre luccicanti berline una volte ritirate e, soprattutto, quanto dello spirito dell’Africa che avevano vissuto così intensamente sopravvisse in loro al richiamo della società moderna …