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Pierre de Langlade | Africa A Cronometro

PIERRE DE LANGLADE

Durante lo svolgimento del Rallye, Egisto Corradi incontrò molti personaggi singolari, alcuni dei quali vengono da lui ricordati nel libro Africa a Cronometro.

Tra gli eccentrici al seguito della competizione che maggiormente impressionarono Corradi ci  fu sicuramente il francese Pierre de Langlade, definito il “solitario del rallye Alger – Le Cap”.

Attraversare l’intera Africa a bordo di una autovettura nel 1950 già non era un’avventura da persone normali. Nonostante l’imponente servizio di assistenza garantito dagli organizzatori, ci voleva un certo grado di follia e parecchia incoscienza (oltre ai soldi) per imbarcarsi in una simile avventura.

Immaginate cosa può essere passato per la testa non solo di Corradi, ma di tutti i concorrenti e degli organizzatori, quando appresero che un francese, un certo De Langlade, aveva deciso di aggregarsi al Rallye da solo, basandosi unicamente sulle proprie risorse e per di più a bordo di una motocicletta, una BMW R75 con sidecar. Una volta scoperte le motivazioni del suo viaggio, il sospetto che l’uomo non fosse normale si trasformò, con ogni probabilità, in certezza.

Corradi incontrò De Langlade due volte durante la competizione; egli così descrive il suo primo incontro con il francese che avvenne durante la sosta a Fort Lamy, il 22 gennaio 1951:

 “Rientrati al «Béguinage» vi troviamo, appena giuntivi, uno che compie lo stesso nostro viaggio, da solo, a bordo d’una grossa motocicletta tedesca munita di side-car. Il solitario viaggiatore è francese e si chiama De Langlade. Dice d’aver stretto un patto con sua moglie la quale da anni gli rimprovera la passione ch’egli ha per la motocicletta. De Langlade deciderà, una volta arrivato a Capetown, se l’amore per la motocicletta gli sarà rimasto o se invece si sarà tramutato in nausea. Nel secondo caso egli abbandonerà la motocicletta per sempre e dedicherà i suoi impulsi affettivi alla moglie, interamente. Per il momento è soltanto molto stanco. «Il peggior nemico del mio modo di viaggiare — dice — è la solitudine.» Per la prima volta nella storia della locomozione meccanica, comunque, il Sahara è stato attraversato da un motociclista; e quel motociclista si chiama De Langlade. Nella carrozzella, sotto infiniti arnesi e casse e cassette, De Langlade tiene una piccola damigiana di un gran vino francese destinata ad essere data in dono al presidente della Unione Sudafricana, Malan. Arriverà un po’ scosso, penso.”

Il secondo incontro avvenne dopo oltre un  mese, il 23 febbraio 1951 a Città del Capo:

“Intravedo, nella folla, il motociclista De Langlade posare per i fotografi vicino alla damigiana di vino francese da donare a Malan. Gli occhi gli luccicano. «Ebbene?», gli chiedo. «Morte alla motocicletta,» sorride, «finita per sempre.»”.

A questo punto della storia, il lettore curioso può lecitamente porsi una serie di domande, ad esempio su chi fosse questo personaggio o come fosse riuscito da solo e senza il minimo supporto dell’organizzazione del Rallye a completare un viaggio così massacrante e pericoloso. E poi, il temerario francese l’avrebbe veramente fatta finita con la moto o, soprattutto, sarebbe sua moglie rimasta insensibile ascoltando le mirabolanti avventure del marito al suo ritorno?

Abbiamo cercato di rispondere a queste domande, e con un pizzico di fortuna siamo riusciti a ritrovare il capo del filo che ci ha condotti a ritroso fino a quei lontani giorni di oltre sessant’anni fa. Il capo del filo si è rivelato essere la motocicletta, quella fedele BMW R75 che aveva consentito a De Langlade di realizzare la sua straordinaria impresa. Ebbene, ad un certo punto egli tentò di vendere l’ingombrante oggetto, come testimoniato da un annuncio pubblicato sulla rivista “Moto Revue” il 26 gennaio 1952:

Il tentativo di vendita sembra non ebbe alcun esito, e De Langlade non si separò più dalla sua fedele motocicletta fino al momento della sua morte, avvenuta una decina di anni fa. A quel punto, come spesso accade in casi simili, i figli decisero di venderla a qualcuno che ne apprezzasse il valore e che potesse farsi carico dell’onerosa ed impegnativa opera di restauro.

Grazie alla passione ed ai documenti messi a disposizione dal nuovo proprietario della BMW, siamo oggi in grado di conoscere la cronaca di quei giorni e di ammirare questo straordinario veicolo nel suo originario splendore.

Il testo originale in francese, ulteriori dettagli su questa motocicletta in particolare e sulle motociclette BMW vintage si possono ottenere visitando il sito: http://kviaujo.preview.sharedbox.com/

Cominciamo con la storia.


Il testo e le fotografie che vengono qui proposti sono estratti da due articoli scritti da un certo Pierre Giraud e che vennero pubblicati sui fascicoli del 1 e 15 maggio 1951 dalla rivista “Motor Cycles”:

La Méditerranée – Le Cap in sidecar

Abbiamo avuto il piacere di ricevere nei nostri uffici la visita del motociclista Pierre de Langlade, il solitario del rallye “Alger – Le Cap”. Egli ha avuto l’amabilità di offrirci un breve resoconto del suo lungo periplo, di cui offriamo di seguito una breve sintesi:

Partito il 2 gennaio da Langon, vicino a Bordeaux, a bordo del suo side car BMW R75, con tanto di due bottiglie di sauternes da offrire al primo ministro dell’Unione Africana ed un equipaggiamento adeguato alla sua lunga spedizione, si è imbarcato a Port-Vendes in 4, ed è giunto ad Algeri il 5 da dove, dopo essere stato attardato da difficoltà di natura amministrativa, partiva l’8 gennaio alle due del pomeriggio in direzione Sud, con le ultime vetture del rallye, alle quali intendeva aggregarsi, avendo circa tre giorni di vantaggio su di lui. Quando finalmente riuscì a partire, la coda del Rallye era già ad El Golea.

Attraverso il Medio Atlante, in mezzo a neve e gelo, raggiunge Gardhaia; è a partire da questa oasi che farà la conoscenza con le prime piste sabbiose e pietrose del Sahara, lungo le quali impiegherà oltre tre ore per percorrere 75 chilometri. Nel corso di questa tappa, prima di arrivare ad El Goléa, lungo un’enorme distesa sabbiosa, incontrerà MM. Mercier e de Cortanze, provenienti da Citta del Capo, che rimasero letteralmente basiti dal trovarsi di fronte questo motociclista solitario.

EL GOLÉA – IN SALAH

Con la traversata dell’altopiano del Tademaït, da sconsigliare assolutamente ai nevrastenici, con i suoi 200 chilometri di lunghezza, piatto come un tavolo da biliardo e sul quale i miraggi sono continui: parvenze di oasi e laghi evanescenti, la solitudine oppressiva, e il veicolo che sembra essere fermo sempre nello stesso posto, de Langlade arriva a In Salah, la desiderata, la Porta dell’Hoggar. Un giorno di meritato riposo presso la stazione del genio militare, e poi la pista del Sud attraverso l’Hoggar, reso celebre da Benoît; paesaggi lunari, visioni apocalittiche, la moto ed il suo cavaliere penano sulla pista rocciosa e la tôle ondulée che fa scuote tubi e budella. Nonostante la fatica, prosegue: tappa ad Arak, le cui sinistre gole gli lasciano un pessimo ricordo “in senso proprio e figurato”, e poi l’arrivo a Tamanrasset, senza avere incrociato dopo In Salah che un camion della S.A.T.T., due Touareg dalla faccia patibolare e tre pernici….

TAMANRASSET – IN-GUEZZAN

Le autorità militari non vogliono farlo partire che a condizione di portare con lui una guida; malgrado il sovraccarico, alla fine accetta. Qualche giorno prima, due inglesi si erano persi ed erano entrambi usciti di senno. Partenza alle cinque del mattino per quella che si rivelerà essere una delle peggiori esperienze di tutto il viaggio: l’inferno delle sabbie molli, dei continui insabbiamenti, il paese della sete, 435 chilometri senza una goccia d’acqua… Nonostante tutto arriva, la sera, a In-Guezzam, dove il capo della guarnigione è molto sorpreso di vederlo comparire. Gli avevano annunciato da Tam che sarebbe molto probabilmente arrivato non prima dell’indomani a mezzogiorno. Riparte quindi il giorno dopo verso Agadès, lasciando la sua guida Ali, ancora tremante per il suo battesimo da motociclista, alle cure dei militari con cui rientrerà a Tam. È questa la tappa durante la quale, alle 9 della sera, a 100 chilometri da Agadès, che si perde (aveva dimenticato la bussola) ed è solo grazie al suo sangue freddo ed alla sua capacità di rimanere lucido nei momenti difficili che riesce a ritrovare la pista che aveva invano cercato per oltre due ore, dopo averla abbandonata a causa  di una mandria di zebú che, inseguita da dei ghepardi, si era scagliata verso di lui al gran galoppo. Arriva ad Agadès all’una e mezza della mattina, completamente esausto. Lungo la pista dell’Hoggar, il Sahara è stato infine attraversato per la prima volta da un uomo solo a bordo di un side-car, dopo avere percorso 2,986 chilometri in otto giorni, un vero record, dormendo in tenda, nei vecchi forti abbandonati, con i militari nelle oasi e negli hotels della S.A.T.T.

AGADES – ZINDER (Africa Orientale Francese) – KANO (Nigeria Britannica)

Dopo un altro giorno di riposo ad Agadès, riparte il 19 in direzione di Zinder e Kano, incontrando vegetazione, villaggi, mandrie (civilizzate), gazzelle e antilopi, e  incrociando carovane di cammelli e asini. Ma a parte la sabbia, le piste sono pessime, dove le buche sono stati sostituite dai nidi di struzzo. I corsi d’acqua devono essere guadati ed è necessario fare un’ampia deviazione nella savana; lo stato deplorevole delle piste è dovuto alle piogge torrenziali che si sono abbattute su queste zone tre settimane prima e che avevano vanificato il duro lavoro dei genieri dell’esercito. Attraversata Zinder, arriva a Kano (Nigeria britannica) alla sera di sabato 20. Ha così alla fine l’occasione di riunirsi ai concorrenti del Rallye che lo considerano, ed a ragione, un fenomeno. Indimenticabile l’accoglienza che gli riservano i coloni, sia Francesi che stranieri, che lo salutano con entusiasmo lungo tutto il percorso.

Nonostante il calore, le forature, la polvere, l’aver dovuto prendere 15 traghetti, la foresta equatoriale, le sue tempeste e le sue piogge torrenziali, la popolazione locale spaventata dagli scoppi della sua moto e che fuggiva al suo arrivo, credendo magari che stava arrivando il figlio del tuono, e altri che al contrario lo circondavano vinti dalla curiosità. E poi l’incontro con due leoni prima di Bai-Li, che gli hanno dato la netta impressione di essere  diventato piccolo, e per un’istante gli hanno fatto provare la sensazione del nulla assoluto. Arriva alla fine a Stanleyville il 30 gennaio, al limite delle forze, con le gambe anchilosate, le braccia ormai inerti. Dalla partenza da Algeri, 6,765 chilometri sono stati percorsi in 22 giorni, nemmeno la metà del percorso! Si prende due giorni di meritato riposo, durante i quali recupera le energie fisiche e rimette in sesto la moto. Ed è poi di nuovo in viaggio.

STANLEYVILLE – NIA-NIA – BENI

Strada pittoresca nella foresta dove il sole non riesce nemmeno a infiltrarsi nella folta vegetazione; il paese dei Pigmei, ed anche la tappa nel corso della quale de Langlade ha perso ogni speranza di raggiungere Città del Capo; infatti, per evitare un camion fermo in un tornante ed in discesa, su di una pista larga 3 metri, preferisce l’incognita del salto nel vuoto alla certezza di uno schianto sul metallo del telaio. La moto si ribalta, l’autista del camion e chi lo accompagnava, spaventati da questa inaspettata apparizione, si  dileguano, e de Langlade rimane solo, sotto il side car in equilibrio instabile, che riuscirà per fortuna a raddrizzare con un colpo di reni; il nostro amico, per fortuna sano e salvo, è disperato, piange, tutti i sogni gli paiono svaniti e i sacrifici vani. Abbandonando sul posto moto e bagagli, percorre 11 chilometri a piedi per andare a cercare aiuto nel villaggio più vicino, in mezzo ad una tempesta tropicale e circondato da una vegetazione ostile. L’amministratore della località che lo riceve mette a sua disposizione un camion e 10 uomini, convinto com’è che la moto sia ormai inservibile; ma, miracolo, al primo colpo di pedale riparte, e solo il telaio sembra essere stato danneggiato; la moto tira a sinistra, e de Langlade deve inclinarsi verso il carrozzino per andare dritto. Ironia della sorte, il clacson e le luci che avevano smesso di funzionare dopo Fort Lamy, adesso funzionano di nuovo. Dopo una notte da incubo, anche per il dolore delle botte rimediate durante la caduta, riparte l’indomani, lasciando dietro di sé il Congo belga ed i suoi cattivi ricordi.

UGANDA – KENYA – TANGANIKA

La frontiera del Congo è attraversata a Kasindi, dopo di che de Langlade si dirige verso l’Uganda britannico (Fort Portal); è dopo avere passato questa frontiera che si trova, è il caso di dirlo, naso in naso con un gruppo di 18 elefanti e 3 elefantesse, ricordo questo altrettanto doloroso quanto quello dell’incontro con i leoni, visto che fece dietro front ed attese che la mandria si allontanasse arrampicato su di una scarpata. Il passaggio dell’Equatore, senza però ghiaccio e champagne come vorrebbe la tradizione; e poi Kampala, il regno dell’Aga Khan; le sorgenti del Nilo; Kisumu, sulle sponde del lago Vittoria; le tappe si susseguono senza sosta.

KILUMU – NAIROBI

Le piste sono sempre in pessimo stato ; la famosa strada imperiale dal Cairo a Città del Capo: che disillusione per il Nostro motociclista che arriva in Kenya l’8 febbraio, dopo avere attraversato le enormi opere del “Piano Cacahuète”, che dovevano consentire la coltivazione di immensi territori con l’intento di assicurare all’Inghilterra il suo fabbisogno di olio di arachidi.

NAIROBI – ARUSHA – DODOMA (Tanganyika)

1,000 chilometri di piste che attraversano le più grandi riserve di animali del mondo, in mezzo a paludi e scarpate rocciose; incrocia centinaia di zebre, d’antilopi di tutte le specie, di struzzi, di giraffe e di bufali; il ricordo peggiore è quello dei bufali! Mentre stava tentando di fare una foto a delle pacifiche giraffe, è un ad un bufalo solitario che viene l’idea di caricarlo: il tutto per immortalare delle giraffe!!! … Per fortuna la BMW, sempre nervosa, risponde pronta all’acceleratore!  Ancora una volta è in salvo!!!

RHODESIE DEL NORD – RHODESIE DEL SUD

Dopo avere lasciato il Tanganika alle spalle, attraversa la frontiera della Rhodesia del Nord A Tunduma; è il calvario di de Langlade, in piena stagione delle piogge, con le piste trasformate in pantani, tra Inbeya e Inpeka; è obbligato a fermarsi una dozzina di volte in 500 chilometri per ripulire i cilindri della moto sui quali il fango aveva formato una crosta spessa diversi centimetri; il fango si infila anche nei carburatori dal cavo dell’acceleratore, bloccandone le valvole, che deve ripulire sotto la pioggia e  in mezzo a quella che ormai è diventata una palude; ridotto ad una maschera di fango, fradicio fino alle ossa, dopo una sosta ad Impeka, scoraggiato, arriva a Brocken Hill dove compera un paio di stivali, essendo i suoi ormai diventati inutilizzabili; per l’ennesima ironia della sorte, non pioverà più fino a Città del Capo.

RHODESIA DEL SUD (Cascate Victoria)

Al raggruppamento dei concorrenti del Rallye arriva insieme alle jeep militari con le quali aveva viaggiato insieme dopo Stanleyville; giusto il tempo di farsi la barba, di dare un’occhiata alle magnifiche cascate dello Zambesi, alte quanto quelle del Niagara, e riparte verso Sud; non dimenticherà mai l’accoglienza degli sportivi di Bulawayo, dove arriva alle 7 di sera; meravigliati di vedere un Francese avventurarsi da solo in moto, lo sollevano di peso dalla sella, lo mitragliano di fotografie, lo ingozzano di birra, panini, tè, cioccolata, gli chiedono autografi; una volta sazio, riparte dopo due ore, scortato per molti chilometri da una trentina di motociclisti.

UNIONE SUD AFRICANA

Le piste sono diventate delle splendide strade asfaltate dove guidare è un piacere; arriva a Johannesburg, festeggiato dai coloni francesi e dal Console della Francia, che offre un banchetto in onore dei partecipanti al rallye prima della nuova partenza; e quindi continua senza fretta, attraversa il Transvaal, le sue fattorie dove delle mandrie immense pascolano in libertà, ed arriva infine a Città del Capo, quel venerdì 23 febbraio. Apoteosi di una grande attraversata dove l’attendono ricevimenti, banchetti, discorsi, escursioni. La consegna al primo ministro dell’Unione Sud Africana, il dottor Malan, delle due bottiglie di Sauternes che avevano resistito a tutti i colpi e a tutte le avversità del viaggio.

Ritorna in Francia con la nave, il cui rollio gli fa quasi rimpiangere le piste del Sud. Accoglienza entusiasta degli abitanti di Bordeaux e di Langon, il suo paese natale, che dimostrano così quanto siano fieri di ricevere di nuovo il viaggiatore che, assieme ai meravigliosi ricordi, ha portato loro anche un po’della sua gloria.

Vista laterale della motocicletta prima del restauro

Vista posteriore della motocicletta prima del restauro

Come si presenta ora la motocicletta di de Langlade

Il restauro ha compreso anche il rimorchio

Epilogo

“ Morte alla motocicletta ?”, chiese Corradi a de Langlade quando lo incontra a Città del Capo.

“Finita per sempre!”, rispose il temerario francese.

La moglie poteva finalmente stare tranquilla che l’odiata due ruote non avrebbe più minacciato il loro ménage coniugale.

Ma andò veramente così?

Ebbene, no!

Evidentemente non totalmente insensibile al fascino del mezzo meccanico, e forse soggiogata dal fascino dei racconti delle avventurose vicende e degli splendidi luoghi che il marito aveva visitato, non solo cesserà di opporsi alla incontenibile passione del marito, ma addirittura finirà con il condividerla: alla successiva edizione della Mediterranée – Le Cap, de Langlade sarà puntuale alla partenza, ma stavolta in compagnia dell’amata consorte e, meraviglia, del loro cane!