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Rachel e Poncet | Africa A Cronometro

 I DUE SAVOIARDI

Nota: Ove non altrimenti indicato, le immagini che illustrano il testo sono tratte dal sito: http://panhard.racing.free.fr/ e dalla collezione personale degli autori.

Senza dubbio, tra gli equipaggi che parteciparono al Rallye una menzione particolare meritano coloro che divennero noti a tutti durante la competizione come “i due savoiardi”, e cioè Jacques André Rachel e Georges Poncet.

Il primo era di professione meccanico a La Cluza, mentre il secondo era un imprenditore di Annecy, capoluogo del Dipartimento dell’Alta Savoia.

Il primo aspetto significativo risiede nella scelta che, eufemisticamente, potremmo definire originale che i due intrepidi fecero del veicolo per affrontare l’avventura trans-africana: una Dyna Panhard X85 Tipo 110, e cioè una vettura di appena 610 cc di cilindrata, risultando essere la vettura meno potente dell’intero lotto dei partenti. Non accontentandosi di essere la meno potente, la Dyna era anche l’unica macchina ad essere mossa da un motore a bicilindrico. I cilindri erano disposti orizzontalmente.

Il secondo aspetto da sottolineare è che la macchina venne comperata nuova un paio di mesi prima della partenza, e la sua preparazione non comportò che pochi ma intelligenti interventi, tra cui l’installazione di una piastra di protezione sotto il motore, di ammortizzatori regolabili e di un portapacchi, oltre alla rimozione del paraurti anteriore e dell’ingombrante blocco della calandra, sostituita con una semplice rete di protezione.

Nonostante cilindrata e numero di cilindri della macchinata francese fossero una frazione di quella di molte delle altre vetture schierate al via, ed in particolare delle monumentali vetture americane, questa scelta aveva una sua logica precisa, e si rivelò essere più un rischio calcolato che un azzardo.  I due savoiardi applicarono anzitutto il saggio principio che tutto quello che non c’è non può rompersi, e quindi 2 cilindri erano meglio di 8. La seconda constatazione saggia che fecero riguardo la potenza in relazione al peso del veicolo. Se la potenza serviva a togliersi d’impaccio nelle situazioni di difficoltà, non era meglio risolvere il problema agendo sull’altro termine dell’equazione, e cioè il peso? La loro vettura, se era vero che era la meno potente, era tuttavia di gran lunga la più leggera, con un peso a secco di poco superiore ai 500 kg, di quasi 100 kg inferiore a quello della Renault 4 CV. Oltre al motore, a contribuire a ridurre il peso della vettura era un’altra caratteristica peculiare di questo modello, e cioè quella di essere stato il primo prodotto in grande serie con carrozzeria interamente in alluminio.

Come testimoniato da coloro che videro in azione i due savoiardi nel Sahara, ciò che rappresentò l’incubo della maggior parte dei concorrenti, e cioè l’insabbiamento, per loro era poco più che un esercizio per sgranchirsi le gambe.

La Dyna si insabbiava di frequente, ma era così leggera che praticamente questo non rappresentava un problema. Erano sufficienti pochi minuti per toglierla dalla scomoda posizione: uno dei due concorrenti, il più forzuto, scendeva, sollevava la macchina, l’altro metteva una piastra sotto le ruote, ed eccoli ripartiti.

La piccola cilindrata ed il peso ridotto, associati ad un cambio a quattro rapporti (la Renault 4CV ne aveva solo tre) offrivano inoltre altri due importanti vantaggi, e cioè quello di consentire ridotti consumi, che a loro volta consentivano di ridurre il peso delle riserve da trasportare, e quello di rendere le operazione di imbarco e sbarco dalle decine di traghetti che dovettero prendere estremamente semplici e sicure. Per avere un’ idea di quanto ciò si sarebbe rivelato importante, è sufficiente scorrere le pagine nelle quali Egisto Corradi racconta delle disavventure ai guadi che occorsero agli equipaggi dei due Lancia Beta, che di chili ne pesavano più di 4000!

La scelta dei due savoiardi fu quindi dettata dalla logica nonostante fosse decisamente controcorrente e contraddicesse tutte le idee allora dominanti su come dovesse un “veicolo coloniale”.

È evidente che, trattandosi pur sempre di una vettura non progettata per essere sottoposta alle sollecitazioni delle piste africane, i due facessero molto affidamento sulle loro competenze meccaniche per prevenire e, nel caso, intervenire ogni possibile guasto.

I due piloti, esperti meccanici, non ebbero infatti molto tempo per dedicarsi alle visite alle amenità dei luoghi di tappa: loro passavano la maggior parte del loro periodo di riposo a riparare, raddrizzare, riavvitare e risistemare una quantità di cose.

Il tracciato scelto da Rachel e Poncet fu quello che passava dall’Hoggar e dal Congo Belga.

Non c’è quindi da stupirsi che il principale problema che ebbero nel corso della competizione non fu di natura meccanica o legato alle caratteristiche del terreno…

Rachel e Poncet alla partenza dalla Francia

La Dyna alle prese con la neve sui monti dell’Atlante nel tratto da Algeri ad El Golea

I due savoiardi all’arrivo a Tamanrasset

La tappa da Tamanrasset  a In Guezzam, lunga 420 chilometri, non aveva una buona reputazione; si trattava di attraversare il Tassili du Hoggar, una desolata distesa di sabbia e pietre senz’acqua, ove il rischio di perdersi era molto elevato.

Dopo un inizio facile, al chilometro 73 (come annoterá Berney nel suo diario con precisione tipicamente svizzera) la possente Hotchkiss Anjou del principe Murât e del conte Le Moustier, partita per primo, si insabbia profondamente ed ogni tentativo dei due di uscire da quella situazione pericolosa è vano. A questo punto i due savoiardi intervengono, e cercano di trainare la grossa berlina dalla trappola di sabbia nella quale è finita. Per avere un’idea della proporzione tra le due vetture basti pensare che la Anjou era una berlina 6 cilindri di 3485 cc, lunga quasi cinque metri. La piccola due cilindri di 610 cc sembra un topo che tira un elefante; dopo lunghi minuti di spossanti sforzi, finalmente la Hotchkiss è liberata, ma a prezzo del cedimento della frizione dell’utilitaria francese. La situazione diventa molto complicata, tenendo conto che sono letteralmente in the middle of nowhere. L’equipaggio della Hotchkiss, e quello della Volkswagen di Gabrielle D’Ieteren e Charlotte van Marcke de Lummen, non possono fare altro che lasciare dei viveri e dell’acqua ai due sfortunati e proseguire, con l’intenzione, una volta giunti ad In Guezzam, di avvertire l’assistenza e mandare soccorsi.

Una volta soli, Rachel e Poncet decidono di non stare con le mani in mano e di tentare di riparare la macchina da soli, nonostante le condizioni tutt’altro che ideali per un’operazione di questo tipo che comportava lo smontaggio del motore. Tra l’altro, come giustamente osserva la stessa Gabrielle D’Ieteren rievocando quell’episodio, a preoccupare i due savoiardi é propbabile fossero anche i costi esorbitanti di un’operazione di soccorso nel bel mezzo del deserto. Fatto sta che i due si rimboccano le maniche, e proprio mentre sono nel bel mezzo dell’operazione, ecco avvenire l’imprevisto. Con una rapidità che non lascia scampo ai due, si leva una violentissima tempesta di sabbia; Rachel e Poncet fanno appena in tempo a raccogliere quello che possono e a chiudersi nell’abitacolo che si scatena l’inferno.

Una volta cessata la tempesta di sabbia, lo spettacolo é desolante: la sabbia ha invaso e intriso tutto quanto non sono riusciti in qualche modo a proteggere, e per rimettere la macchina in condizioni di ripartire ogni singola componente dovrá essere attentamente ripulita con benzina; un lavoro immane. É ormai pomeriggio quando Rachel e Poncet si mettono all’opera, ed al calare delle tenebre questa é ancora ben lungi dall’essere completata, costringendoli a passare la notte in pieno deserto.

Alla mattina, ecco passare le vetture del gruppo successivo. Sará lo svizzero Berney, che conduceva una Buick modello 1951, a contribuire in  modo decisivo a risolvere la situazione, accosentendo al suo meccanico, M. Bourquin, di fermarsi ad aiutare i due camarades a completare l’opera di pulizia e rimontaggio. Bisogna notare a questo riguardo che il bel gesto di Berney lo esponeva al rischio di essere penalizzato nel caso cui i commissari di corsa all’arrivo avessero ritenuto non conforme al regolamento completare la tappa senza un membro dell’equipaggio dichiarato a bordo. Il regolamento era in molti punti poco chiaro e soggetto ad interpetazioni diverse, ed una situazione analoga avrebbe comportato all’arrivo la penalizzazione del belga Loos.

Alla termine di una dura giornata di lavoro, la Dyna Panhard venne  ripulita, riassemblata e messa in condizioni di ripartire, giungendo ingine ad In Guezzam con oltre un giorno di ritardo sulla tabella di marcia.

Cala la notte, ed il freddo si fa pungente

Rachel sconsolato osserva ció che resta della Dyna, a pezzi nella sabbia…

La mattina successiva, l’incontro con Berney. La Signora Berger osserva …

Nei giorni successivi, la notizia della drammatica disavventura dei due francesi sarebbe giunta anche agli equipaggi dei due Lancia; in Africa a Cronometro Egisto Corradi la riporta nei seguenti termini:

“Corre sulle bocche dei partecipanti alla competizione la storia della vicenda toccata nel Sahara ai francesi Georges Poncet ed André Rachel che viaggiano a bordo d’una piccolissima vettura utilitaria, una Dyna-Panhard con il motore raffreddato ad aria. Per evitare di sovraccaricare la loro vetturetta i due Francesi erano partiti per la più lunga tappa sahariana del loro itinerario con due sole bottiglie d’acqua minerale anziché con i venti litri consigliati dagli organizzatori oltre che dalla più elementare delle prudenze. A trecento chilometri dalla più vicina oasi e a seicento dal più vicino posto di riparazioni, un lieve guasto era sopravvenuto alla loro vettura. Mezz’ora dopo che i due s’erano posti all’opera per ripararlo s’era alzato il vento, il famoso simun. I due si erano chiusi nella vetturetta e in brevi istanti il vento s’era fatto furioso e teso come se venisse da un tunnel aerodinamico. Era calata anche un’oscurità quasi completa e miliardi di granelli di polvere urtavano contro le lamiere della macchina lanciati a velocità d’uragano. Per sette lunghe ore i due Francesi erano dovuti rimanere chiusi, con un asciugamani sul viso; finché, usciti all’aperto a tempesta cessata, erano rimasti sbalorditi. La vettura, da azzurra e verniciata a fuoco che era sette ore prima, s’era fatta di semplice color lamiera grezza: la sabbia portata dal vento l’aveva smerigliata come meglio non sarebbe stato possibile fare in officina. Era stato poi necessario smontare il motore pezzo per pezzo, lavare pezzo per pezzo nella benzina. Poncet e Rachel avevano poi raggiunto il traguardo di tappa con trentanove ore di ritardo dopo essere rimasti senza bere per sedici ore, giunti ormai alle soglie della sete.”

A parte i motivi del guasto e il particolare dell’acqua, che come abbiamo visto non corrispondono a come andarono effettivamente le cose, per il resto il racconto come venne riferito a Corradi e da lui riportato è fedele e rende perfettamente la drammaticità di quelle lunghe ore. É bene ricordare che i due Lancia e la Dyna Panhard non percorrevano la stessa pista, i primi avendo scelta quella occidentale attraverso il Tanezrouft, e che passando di bocca in bocca il racconto numerose variazioni.

Per dovere di cronaca, esiste anche una versione secondo la quale la Dyna Panhard sarebbe stata sorpresa dalla tempesta di sabbia mentre stava facendo riferimento di combustibile. Lo smontaggio della vettura sarebbe stato quindi una sua conseguenza, essendo stato reso necessario dalla sua straordinaria violenza, il che é confutato in modo inequivocabile dalle testimonianze di Gabrielle d’Ieteren e Henri-Maurice Berney.

La Dyna affronta un guado …

… un traghetto …

… ed infine arriva a Cittá del Capo

Nonostante questa grave disavventura ed il pesante ritardo accusato che ne aveva pregiudicato ogni ambizione di classifica, l’equipaggio della Dyna decise di continuare ed alla fine giunse a Città del Capo con un onorevole secondo posto nella categoria delle vetture fino a 1200 cc, togliendosi la soddisfazione di battere le due 4 CV della Squadra Ufficiale Renault; nella classifica generale, Rachel e Poncet giunsero in 24a posizione sulle 34 vetture giunte a destinazione.

Sembra che dopo avere raggiunto Città del Capo, la piccola Dyna Panhard sia ritornata a La Cluzaz con i propri mezzi; certo è che l’impresa dei due volitivi savoiardi destò grande stupore e meraviglia, tanto che Panhard affiderà a Rachel il volante di una sua vettura per la Mille Miglia del 1951, competizione alla quale partecipó al volante di una Dyna X86 classificandosi onorevolmente 124ᵒ assoluto e 10ᵒ nella classe Turismo fino a 750 cc.

Rara immagine della Dyna X86 guidata da J. Rachel durante la Mille Miglia del 1951 (Foto Archivio Allegri)

Al minuto 2:25 di questo filmato degli studi Luce appare il passaggio della Dyna X86 dell’equipaggio Rachel/Consalvi al Passo della Futa

Rachel non fu l’unico reduce della Méd – Le Cap a partecipare alla Mille Miglia quell’anno: oltre a Canestrini in qualitá di membro dell’organizzazione, anche i due piloti dei  Lancia Beta, Ferdnando Gatta (in coppia con De Martino) e Emilio Christillin (in coppia con Giolino) affrontarono la competizione a bordo di due Lancia Aurelia.

Chissá se il gruppo dei veterani d’Africa si é ritrovato, magari per un aperitivo in un bar di Brescia, per rievocare gli ancora freschi ricordi di quella straordinaria avventura …