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La spedizione Laperrine (1920) | Africa A Cronometro

La tragica morte del Generale Laperrine

La penetrazione dei territori sahariani da parte dei francesi comincia nel 1915, quando il colonnello Octave Meynier, comandante dei territori delle Oasi algerine, decise di verificare la possibilitá di utilizzare dei veicoli a motore per svolgere attivitá di collegamento e ricognizione in pieno Sahara. Fino a quel momento, l’unico mezzo di locomozione e trasporto nel deserto era ancora il cammello.

I veicoli che vennero consegnati a Meynier forono dei camion Rochet-Schneider e Fiat 15 ter, questi ultimi particolarmente idonei allo scopo essendo stati progettati specificatamente per l’impiego nei territori coloniali italiani di Libia ed essendo considerati gli unici veicoli di questo tipo realmente affidabili dell’epoca. Grazie al fatto che sia le ruote anteriori sterzanti che quello posteriori motrici erano gemellate, i Fiat 15 ter si comportavano egregiamente anche nei tratti sabbiosi, e i primi test furono tanto promettenti da convincere Meynier a tentare un’impresa temeraria e mai realizzata prima, e cioé di effettuare una ricognizione con un veicolo a motore dall’oasi di Ourgla a quella di In Salah, nel cuore del Sahara e in piena estate. Dei due camion che presero parte alla spedizione, solo uno giunse alla meta, coprendo gli oltre 1000 km che separano le due oasi in quasi 20 giorni, dal 22 luglio all’11 agosto 1916. Questa impresa venne entusiaticamente celebrata come “il primo vero trionfo della ruota sulla sabbia”.

Nel gennaio del 1917 viene nominato comandante militare dei Territori Sahariani il generale Henry Leperrine, che era all’epoca tra i piú convinti sostenitori della necessitá di realizzare in tempi brevi una rete di collegamenti terrestri ed aerei trans-sahariani.

Nel 1919 viene affidato al Generale Leperrine l’incarico di organizzare una grande spedizione di riconoscimento del tracciato della linea ferroviaria trans-sahariana che il Governo Francese intendeva realizzare per collegare la costa mediterranea ai territori dell’Africa Orientale Francese. La spedizione era composta da una colonna di 23 camion Fiat 15 ter e da una squadriglia di 8 aerei, di cui cinque Breguet XIV e tre Breguet XVI di tipo “Grand Raid”, dotati di serbatoi supplementari che assicuravano un’autonomia di volo di oltre 12 ore. Il comando della colona di terra venne affidato al tenente Lucien Fenoiul, comandante del Gruppo Automobilistico del Sahara. La missione dei Fiat 15 ter consisteva nel precedere gli aerei, materializzare a terra la rotta che essi dovevano seguire e provvedere a trasportare le riserve di combustibile, le stazioni radio mobili e i pezzi di ricambio, oltre a tutto il necessario per garantire il sostentamento degli oltre 70 componenti la spedizione. Il 3 gennaio 1920 la colonna dei veicoli Fiat partí dall’oasi di Ourgla per raggiungere Tamanrasset, nel massiccio dell’Hoggar, lungo oltre 1500 km di piste in gran parte mai percorse fino ad allora da veicoli a motore, dando inizio a quella che sarebbe diventata l’epopea della Missione Leperrine.

Il 31 gennaio 1920 nove camion Fiat 15 ter entrano nella capitale dell’Hoggar, accolti dall’incredula popolazione locale che non aveva mai visto prima un’automobile, avendo cosí brillantemente completato il loro compito. Il fatto che dei veicoli a motore fossero giunti a meno di 1000 chilometri dal fiume Niger venne celerbrato come uno straordinario successo sportivo e militare. Il tenente Fenoiul scrisse allora: “i veicoli hanno resistito meravigliosamente alle brutali sollecitazioni ed alle terribili intemperie del deserto, ove la temperatura puó raggiungere i 57 gradi all’ombra e i 70 gradi al sole”.  Non restava a questo punto che attendere l’arrivo dei velivoli, che avrebbero dovuto studiare e fotografare le caratteristiche del tracciato della futura ferrovia.

Degli otto velivoli attesi, solo quattro giunsero a Tamanrasset, e di questi solo due, un Breguet XIV ed un Breguet XVI “Grand Raid” furono in condizioni di decollare la mattina del 18 febbraio per un volo di ricognizione in direzione di Timbuctú. Sul primo velivolo, oltre ai due membri dell’equipaggio, prese posto anche il Generale Leperrine, condividendo con il meccanico di bordo il posto dietro a quello del pilota. Per giungere alla meta i velivoli avrebbero dovuto seguire a vista la pista carovaniera esistente; al fine di renderla visibile dall’alto, il suo tracciato era stato marcato con delle grosse pietre disposte in cerchio, bianche o nere a seconda del colore scuro o chiaro del terreno.

Una serie di fatali coincidenze a partire dal momento del decollo dei due velivoli segneranno la tragedia: a causa di un’improvvisa tempesta di sabbia, i due velivoli perdono il contatto visuale con la pista. Essendo il Breguet XVI l’unico dei due aerei ad essere dotato di bussola, l’aereo di Leperrine si pose alla sua coda mantenendo il contatto visivo. La direzione che i due aerei presero sulla base delle indicazioni della bussola si riveló tuttavia sbagliata e, dopo alcune ore di volo, il Breguet XIV a bordo del quale si trova il Generale è costretto ad un atteraggio di fortuna a causa della mancanza di benzina. In prossimitá del suolo una serie di violente turbolenze fanno perdere l’assetto al velivolo che si inclina, tocca il suolo con l’ala destra, poi con la ruota sinistra, per poi improvvisamente capottare. L’impatto è violento; il Generale Leperrine, che è l’unico a non essere assicurato al sedile mediante le cinture, viene proiettato contro il parabrezza e subirá numerose fratture. Il pilota e il meccanico se la cavarono invece con pochi graffi. Il secondo velivolo che li precedeva non si accorse di nulla e proseguí il suo volo, senza essere quindi in grado di prestare alcun soccorso o di rilevare la posizione dell’impatto. Inizió cosí la lenta agonia dell’equipaggio.

Appena la notizia dell’incidente giunse a Tamanrasset, vennero avviate le ricerche dell’aereo precipitato, anche se l’impresa apparve subito disperata tenendo conto dei mezzi a disposizione, delle distanze da percorrere, delle caratteristiche del terreno. Le ricerche si protrarranno per settimane. Il Generale Leperrine morirá il 5 marzo dopo oltre due settimane d’agonia, mentre i suoi compagni non verranno trovati che il 14 marzo, ormai allo stremo delle forze a quasi un mese dall’incidente. A conferma dell’autentica venerazione che i suoi ufficiali nutrivano per il Generale Leperrine, venne presa la decisione di riesumarne il corpo, che venne quindi avvolto nella tela del suo aereo che recava impressa la sua insegna e assicurato ad una barella di fortuna per essere trasportato in un luogo degno di sepoltura.  Il 15 marzo ebbe quindi inizio il lungo viaggio di ritorno di oltre 1500 chilometri da percorrere ormai in condizioni proibitive a causa delle temperature estreme e che si riveló essere un vero calvario per gli uomini, i mezzi e gli animali che componevano la carovana. Il 17 luglio 1920, dopo oltre quattro mesi di marcia, la colonna raggiunse finalmente Ourgla, l’oasi dalla quale era partita otto mesi prima. Cosí venne descritta la scena nel rapporto della missione: “I vestiti a brandelli, senza scarpe, alcuni con i capelli grigi. Dimagriti, con i volti segnati dal vento del deserto e dal sole cocente … avevano tutti un’espressione stranita e lo sguardo fisso a scrutare orizzonti lontani. Giunti ad Algeri, l’ospedale militare accolse tre-quarti dei sopravvissuti. Altri partirono in battello alla volta della Francia, che gli ove ebbero il loro riposo eterno”.

I vertici militari furono profondamente scossi dell’esito tragico della missione; la perdita di quello che era considerato essere l’uomo chiave della politica di penetrazione coloniale nel deserto condusse alla sospensione di gran parte dei progetti riconoscimento di nuove piste e di ricognizione aerea nell’area centrale del Sahara, sospensione che in quest’ultimo caso sarebbe durata oltre dieci anni. In generale, l’Esercito adottó a partire da questo momento e per un lungo periodo a seguire un atteggiamento molto piú prudente e graduale, ispirato sicuremente dalle ultime parole che Leperrine aveva rivolto ai suoi compagni di sventura prima di spirare:

“Ho creduto di conoscere il deserto, ma in realtá il deserto non lo si puó mai conoscere completamente”.